La campagna americana contro il DSA punta a indebolire il potere normativo dell’Unione europea?

Un'indagine di Corporate Europe Observatory ricostruisce la convergenza tra amministrazione Trump, grandi piattaforme tecnologiche e organizzazioni conservatrici nella campagna contro il Digital Services Act. Una controversia che si inserisce nel più ampio confronto tra Stati Uniti e Unione europea sulla sovranità tecnologica e sull'autonomia normativa.

La regolamentazione europea delle grandi piattaforme digitali è diventata uno dei principali terreni di confronto politico ed economico tra Unione europea e Stati Uniti. Al centro della controversia vi è il Digital Services Act (DSA), il regolamento con cui Bruxelles ha introdotto nuovi obblighi di trasparenza e responsabilità per i servizi digitali. Una normativa contestata dall’amministrazione Trump e da alcune delle maggiori imprese tecnologiche americane, che la considerano una minaccia alla libertà di espressione e un ostacolo alla propria attività economica.

Un’indagine recentemente pubblicata da Corporate Europe Observatory (CEO), organizzazione indipendente con sede a Bruxelles che studia l’influenza delle lobby sulle istituzioni europee, ricostruisce i rapporti tra tre protagonisti di questa opposizione: l’amministrazione statunitense, Elon Musk attraverso la piattaforma X e l’Alliance Defending Freedom (ADF), un’organizzazione giuridica conservatrice americana attiva anche in Europa. Il rapporto, firmato da Kenneth Haar e intitolato The Triangle of Madness, descrive una convergenza di interessi che si traduce in iniziative diplomatiche, campagne pubbliche, azioni giudiziarie e rapporti con esponenti politici europei.

Il Digital Services Act al centro dello scontro

Il Digital Services Act, pienamente applicabile dal febbraio 2024, costituisce uno dei principali strumenti della politica europea per il mercato digitale. Il regolamento impone alle piattaforme obblighi relativi alla gestione dei contenuti illegali, alla trasparenza delle inserzioni pubblicitarie, alla protezione degli utenti e alla possibilità di contestare le decisioni di moderazione. Per le piattaforme e i motori di ricerca di maggiori dimensioni prevede inoltre specifiche valutazioni dei rischi sistemici, compresi quelli relativi alla disinformazione, ai diritti fondamentali e ai processi democratici.

Il DSA non introduce un obbligo generale di controllo preventivo dei contenuti, espressamente escluso dall’articolo 8 del regolamento, né attribuisce alla Commissione europea un potere indiscriminato di rimozione delle opinioni. Stabilisce invece procedure e responsabilità che le piattaforme devono rispettare nell’applicazione delle norme europee e nazionali. La moderazione dei contenuti rimane in larga misura affidata agli operatori, ma deve essere accompagnata da maggiori garanzie di trasparenza e da strumenti di ricorso per gli utenti.

Le critiche alla normativa riguardano soprattutto il rischio che gli obblighi imposti alle piattaforme inducano una rimozione eccessivamente prudente dei contenuti controversi, con possibili conseguenze sulla libertà di espressione. Si tratta di un problema effettivo, che richiede attenzione nell’applicazione delle regole. Diversa è tuttavia la tesi secondo cui il DSA costituirebbe un sistema di censura politica: un’interpretazione che Corporate Europe Observatory considera incompatibile con il contenuto del regolamento e con le competenze effettivamente attribuite alle istituzioni europee.

Tre protagonisti, interessi differenti

Secondo l’indagine, i tre soggetti coinvolti nella campagna contro il DSA perseguono obiettivi distinti, ma convergenti. L’amministrazione Trump considera la normativa europea anche una questione commerciale e geopolitica, poiché le principali imprese interessate sono statunitensi. Elon Musk ha un interesse diretto a limitare gli obblighi regolamentari imposti a X, mentre l’Alliance Defending Freedom interpreta il confronto attraverso la propria attività di difesa della libertà religiosa e di espressione, soprattutto nelle controversie riguardanti aborto, identità di genere e diritti delle persone LGBTQ+.

L’organizzazione americana, presente a Bruxelles, Vienna e Londra, dispone di una consolidata esperienza nell’azione giudiziaria e nella costruzione di rapporti con associazioni e movimenti conservatori. Il rapporto di CEO le attribuisce un ruolo importante nel collegare la contestazione delle normative digitali europee con le posizioni politiche dell’area MAGA. ADF ha inoltre partecipato a iniziative pubbliche contro il DSA e sostenuto campagne volte a presentare le restrizioni alla diffusione di determinati contenuti come limitazioni della libertà di espressione.

L’indagine richiama, tra gli altri, i casi della politica finlandese Päivi Räsänen, coinvolta in procedimenti giudiziari per dichiarazioni sull’omosessualità, e del cittadino britannico Adam Smith-Connor, sanzionato per aver violato le restrizioni previste nei pressi di una clinica per l’interruzione di gravidanza. Entrambe le vicende sono state utilizzate da ADF per denunciare una crescente compressione delle libertà fondamentali in Europa, benché riguardino disposizioni nazionali e non l’applicazione del Digital Services Act.

Il coinvolgimento diretto dell’amministrazione Trump

Uno degli elementi più significativi della ricostruzione riguarda il passaggio dalla contestazione politica e imprenditoriale del DSA a iniziative promosse direttamente dall’amministrazione americana. Già nel febbraio 2025, intervenendo alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il vicepresidente JD Vance aveva criticato le limitazioni alla libertà di espressione in Europa, richiamando proprio alcune delle controversie sostenute dall’Alliance Defending Freedom.

Nel corso del 2025 e del 2026 il Dipartimento di Stato ha ulteriormente sviluppato questa linea politica. Corporate Europe Observatory riferisce di programmi di finanziamento destinati a organizzazioni e iniziative impegnate nella promozione della libertà di espressione, del pluralismo politico e dell’autogoverno nazionale in Europa. Secondo il rapporto, gli stanziamenti previsti nell’ambito di questa iniziativa raggiungerebbero complessivamente 25 milioni di dollari, distribuiti tra diversi programmi e aree geografiche.

Gli autori interpretano tali interventi come parte di una strategia volta a influenzare il dibattito politico europeo anche attraverso organizzazioni della società civile, centri di ricerca e movimenti ideologicamente vicini all’amministrazione statunitense. Il rapporto precisa tuttavia che, al momento della sua pubblicazione, non erano ancora noti i beneficiari dei finanziamenti destinati all’Unione europea. La documentazione disponibile consente quindi di individuare gli obiettivi dichiarati dei programmi, ma non di dimostrare che specifiche organizzazioni europee abbiano ricevuto tali risorse.

Il caso X: dalla sanzione europea al confronto politico

La controversia con Elon Musk ha assunto particolare rilevanza nel dicembre 2025, quando la Commissione europea ha inflitto a X una sanzione di 120 milioni di euro per violazioni degli obblighi previsti dal Digital Services Act. La decisione riguardava tre aspetti: il sistema di verifica degli account, ritenuto potenzialmente ingannevole per gli utenti, le carenze nella trasparenza della pubblicità e gli ostacoli all’accesso ai dati pubblici della piattaforma da parte dei ricercatori.

La sanzione non riguardava dunque la rimozione di opinioni politiche o l’applicazione di specifiche restrizioni alla libertà di espressione. Ciononostante, Musk e ADF hanno presentato il provvedimento come parte di un più ampio conflitto tra le istituzioni europee e la libertà di parola sulle piattaforme digitali. Nel febbraio 2026 X ha impugnato la decisione davanti alla giustizia europea, con il sostegno pubblico dell’organizzazione conservatrice.

Il confronto non ha tuttavia impedito alcuni sviluppi sul piano regolamentare. Nel luglio 2026 la Commissione ha accettato un piano di adeguamento presentato da X per rispondere a parte delle contestazioni relative alla trasparenza e all’accesso ai dati. La vicenda mostra quindi una duplice dinamica: da un lato lo scontro politico sulla legittimità della normativa europea, dall’altro il confronto tecnico e giuridico sull’adempimento degli obblighi previsti dal regolamento.

Le iniziative nel Parlamento europeo

La campagna contro il Digital Services Act ha trovato interlocutori anche all’interno del Parlamento europeo. Una ricerca di Tech Policy Press, ripresa nell’indagine di Corporate Europe Observatory, ha individuato nove documenti parlamentari sostenuti complessivamente da 55 eurodeputati, nei quali ricorrono argomentazioni analoghe a quelle utilizzate dall’area politica vicina a Trump per contestare la regolamentazione digitale europea.

Le iniziative provengono prevalentemente dai gruppi della destra radicale e conservatrice, ma alcune hanno coinvolto anche esponenti del Partito Popolare Europeo. Secondo il rapporto, ADF ha sviluppato rapporti particolarmente stretti con il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), partecipando a conferenze e incontri dedicati alla libertà di espressione e alla regolamentazione delle piattaforme. Una conferenza organizzata nel Parlamento europeo nel maggio 2025 costituisce uno degli esempi citati.

L’esistenza di queste convergenze non dimostra un coordinamento politico unitario, né significa che tutti i parlamentari coinvolti condividano l’intera agenda delle organizzazioni americane. Indica tuttavia che la contestazione del DSA ha superato il perimetro del dibattito statunitense, trovando interlocutori nelle istituzioni europee. Finora non si è comunque formata una maggioranza parlamentare favorevole all’abrogazione del regolamento, che continua a essere applicato.

Dalla regolamentazione digitale alla politica commerciale

Il confronto tra Washington e Bruxelles non riguarda soltanto il Digital Services Act. Le iniziative americane contro le regole europee si estendono al Digital Markets Act, che disciplina il potere di mercato delle maggiori piattaforme, e alla tassazione dei servizi digitali. Si tratta di strumenti giuridicamente differenti, ma accomunati dal fatto di incidere in misura significativa sulle attività delle grandi imprese tecnologiche statunitensi.

Nel giugno 2026, secondo quanto riportato da Reuters, Donald Trump ha minacciato dazi del 100% contro i paesi che applicano imposte sui servizi digitali considerate discriminatorie nei confronti delle aziende americane. Il mese successivo, 25 parlamentari repubblicani hanno sollecitato l’amministrazione a intervenire contro le regole tecnologiche europee, proponendo anche il ricorso a indagini commerciali e possibili misure di ritorsione.

Le contestazioni americane riguardano dunque tanto la libertà di espressione quanto le condizioni di concorrenza e l’accesso ai mercati. Da parte europea, la Commissione rivendica il diritto dell’Unione di stabilire regole applicabili a tutte le imprese che operano nel mercato unico, indipendentemente dalla loro nazionalità. È su questo terreno che una controversia inizialmente concentrata sulla moderazione dei contenuti assume una dimensione economica e istituzionale più ampia.

La sovranità tecnologica come questione politica europea

La questione fondamentale non consiste nello stabilire se il Digital Services Act sia sottratto a critiche. La disciplina europea presenta problemi applicativi, soprattutto nel rapporto tra obblighi di gestione dei rischi, moderazione dei contenuti e tutela della libertà di espressione. Il rischio che le piattaforme adottino politiche eccessivamente restrittive per evitare responsabilità deve essere affrontato attraverso garanzie procedurali, controlli indipendenti e possibilità effettive di ricorso.

Il problema assume però una natura diversa quando la modifica delle regole europee diventa oggetto di pressioni esercitate da un governo straniero, anche attraverso strumenti commerciali e rapporti con organizzazioni politiche e sociali. La legittima rappresentanza degli interessi economici e la partecipazione al dibattito pubblico devono essere distinte dalle iniziative che possono incidere sull’autonomia decisionale delle istituzioni europee.

L’indagine di Corporate Europe Observatory documenta una serie di rapporti e convergenze tra soggetti statunitensi ed europei, ma lascia aperta la questione della loro effettiva capacità di modificare la legislazione dell’Unione. Le iniziative diplomatiche, i finanziamenti annunciati, le controversie giudiziarie e le alleanze parlamentari costituiscono elementi di un quadro politico in evoluzione, non la prova di un risultato già conseguito.

La vicenda del DSA mette così in evidenza una delle questioni centrali del processo di integrazione europea: la capacità dell’Unione di esercitare autonomamente il proprio potere normativo in settori dominati da operatori economici globali. La regolamentazione delle piattaforme non riguarda soltanto la tutela degli utenti, ma anche il rapporto tra potere pubblico e potere privato, la protezione dei processi democratici e il ruolo dell’Europa nei rapporti transatlantici.

In questo contesto, la sfida per le istituzioni europee è duplice: garantire che le proprie norme siano proporzionate, trasparenti e rispettose dei diritti fondamentali, e preservare la possibilità di modificarle attraverso il confronto democratico interno, senza che le pressioni economiche o geopolitiche esterne ne determinino l’indirizzo.