L’Unione europea come architetto della governance digitale globale: diritti fondamentali e regolazione delle piattaforme

L’Unione europea punta a governare la trasformazione digitale attraverso regole capaci di conciliare innovazione, diritti e democrazia. Pubblichiamo online il contributo di Marco Marsili apparso sul primo numero del 2026 della Rassegna europea.

L’Unione europea sta plasmando ambiziosamente il futuro digitale globale. In un contesto dominato da grandi piattaforme private e da logiche di sorveglianza, Bruxelles ha scelto di non limitarsi a rincorrere l’innovazione tecnologica, ma di provare a incanalarla entro un quadro di diritti fondamentali, responsabilità e trasparenza. La strategia è chiara: usare il proprio potere regolatorio e di mercato per imporre standard che abbiano effetti ben oltre i confini dell’Unione, consolidando il cosiddetto “Brussels Effect”, ossia la capacità dell’Ue di esportare le proprie regole nel resto del mondo (A. Bradford, The Brussels Effect. How the European Union Rules the World, Oxford University Press, 2020).

Lo spazio digitale è ormai l’arena fondamentale per l’esercizio della libertà di espressione, per l’accesso all’informazione, per la partecipazione politica e per l’organizzazione collettiva. Al tempo stesso, è un luogo attraversato da profonde asimmetrie di potere: pochi attori privati controllano infrastrutture, dati e algoritmi che influenzano in profondità l’esperienza quotidiana di miliardi di persone. La combinazione tra capitalismo delle piattaforme, opacità algoritmica e flussi informativi polarizzati mette sotto pressione democrazia, stato di diritto e coesione sociale, come ho analizzato anche in lavori recenti dedicati alla rivoluzione digitale e all’intelligenza artificiale (M. Marsili, Digital Revolution and Artificial Intelligence as Challenges for Today», in «Media i Społeczeństwo», 20, 1, 2024, pp. 19-30).

Già dalla fine degli anni Novanta l’Ue aveva iniziato a interrogarsi su come disciplinare i servizi della società dell’informazione, a partire dalla direttiva sul commercio elettronico e, in seguito, dalla progressiva costituzionalizzazione dei diritti digitali nella Carta dei diritti fondamentali. Con l’esplosione dei social media, dell’economia dei dati e delle piattaforme, tuttavia, quel quadro normativo si è rivelato insufficiente. È in questo vuoto che si inserisce la stagione regolatoria aperta dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR, Reg. (UE) 2016/679) e proseguita con il Digital Markets Act (DMA, Reg. (UE) 2022/1925) e il Digital Services Act (DSA, Reg. (UE) 2022/2065), che insieme costituiscono la spina dorsale della nuova governance europea dello spazio digitale.

Il primo pilastro è il GDPR, entrato in vigore nel 2018, che ha riaffermato il controllo delle persone sui propri dati personali. Il regolamento introduce principi come la minimizzazione dei dati, il consenso esplicito e informato, il diritto alla portabilità e alla cancellazione, oltre a sanzioni significative per le violazioni. Non si tratta solo di una legge sulla privacy, ma di una vera e propria Carta dei diritti nella società dei dati, che ha costretto le imprese di tutto il mondo ad adeguare le proprie pratiche per continuare a operare nel mercato europeo, contribuendo così alla diffusione globale degli standard europei.

A questo si è affiancato il DMA, pensato per limitare il potere di mercato dei grandi “gatekeeper” digitali. L’obiettivo è impedire pratiche abusive, favorire l’interoperabilità, aprire spazi di concorrenza per nuovi entranti e, indirettamente, riequilibrare il rapporto di forza tra utenti, imprese e piattaforme. Il DMA interviene sulla dimensione economica del potere delle Big Tech, mentre il DSA entra nel cuore della regolazione della sfera pubblica digitale.

Il Digital Services Act aggiorna la disciplina dei servizi digitali, introducendo obblighi di trasparenza e di due diligence per le piattaforme, con particolare attenzione alle very large online platforms. Il DSA non trasforma le piattaforme in censori, ma le rende corresponsabili rispetto ai rischi sistemici che possono derivare dalla diffusione di contenuti illegali, dall’amplificazione di discorsi d’odio, dalla disinformazione organizzata o dalla manipolazione algoritmica dei flussi informativi. Le grandi piattaforme devono valutare e mitigare tali rischi, aprire i propri sistemi a verifiche indipendenti, spiegare come funzionano i loro algoritmi di raccomandazione e offrire agli utenti maggiori strumenti di controllo sulle proprie esperienze online.

Si afferma così un principio decisivo: la libertà di espressione non coincide con l’assenza di regole, ma richiede un ecosistema informativo pluralista, trasparente e responsabile. La logica del coinvolgimento a tutti i costi, che premia il contenuto più estremo e polarizzante, non è neutra: orienta il dibattito pubblico, crea “camere dell’eco” e rafforza dinamiche di radicalizzazione. In assenza di interventi pubblici, la progettazione degli algoritmi e dei modelli di business è guidata quasi esclusivamente dall’obiettivo di massimizzare il tempo di permanenza online e i ricavi pubblicitari. La regolazione cerca di correggere queste distorsioni, ridefinendo gli incentivi economici e gli obblighi di accountability delle piattaforme.

L’“imperativo regolatorio” europeo nasce dalla consapevolezza che l’assenza di regole non equivale a neutralità, bensì alla vittoria dei più forti. Senza un quadro condiviso, a decidere le condizioni del discorso pubblico sono, di fatto, consigli di amministrazione e team di ingegneri di poche grandi società private, situate spesso al di fuori della giurisdizione europea. Affidare a loro la governance della sfera pubblica digitale significa delegare decisioni che incidono su diritti fondamentali, processi elettorali, sicurezza nazionale e ordine pubblico. Il tentativo europeo è diverso: costruire un sistema di co-regolazione in cui attori pubblici, privati e società civile condividano responsabilità e strumenti di controllo.

Questa strategia, tuttavia, solleva interrogativi e critiche. C’è chi teme che l’eccesso di regolazione possa soffocare l’innovazione o spingere le imprese tecnologiche a investire altrove. Altri ritengono che norme complesse e costose da applicare finiscano per favorire proprio gli attori già dominanti, che dispongono delle risorse necessarie per adeguarsi, a scapito di start-up e piccole e medie imprese. La stessa efficacia delle norme dipende dalla capacità delle autorità nazionali e delle agenzie europee di far rispettare regole sofisticate nei confronti di colossi transnazionali. Si tratta di obiezioni fondate, che richiedono un monitoraggio continuo e un adattamento flessibile del quadro regolatorio.

In prospettiva, la regolazione delle piattaforme si collega al più ampio dibattito sulla governance dell’intelligenza artificiale. Il DSA prepara il terreno all’Artificial Intelligence Act, che affronta in modo specifico i rischi legati ai sistemi di IA – dalla sorveglianza biometrica alla manipolazione cognitiva tramite sistemi di profilazione avanzata – ma si colloca nello stesso orizzonte: evitare che logiche puramente estrattive e di sorveglianza erodano lo stato di diritto e la dignità umana. Come ho mostrato altrove, le applicazioni di IA incidono sempre più sull’accesso all’informazione, sulle dinamiche della disinformazione e sulle forme di guerra ibrida e cognitiva (M. Marsili, DeGen Artificial Intelligence: Challenges and Opportunities of AI Applications, in «European Cybersecurity Journal», 10, 2025, pp. 67-80), rendendo ancora più urgente una riflessione sul nesso tra innovazione tecnologica, diritti umani e sicurezza.

Il percorso normativo europeo non è, dunque, un accumulo frammentario di leggi, ma l’articolazione progressiva di una visione: fare dell’Europa il laboratorio di un futuro digitale umano-centrico, in cui innovazione e diritti non siano alternative, ma dimensioni da integrare. La riuscita di questa visione dipenderà dalla capacità dell’Ue di rendere effettive le regole approvate, di dialogare con altri poli regolatori – dagli Stati Uniti alla Cina – e di coinvolgere cittadini, studiosi e organizzazioni della società civile in un monitoraggio critico ma costruttivo.

L’Unione europea, nel proporsi come architetto della governance digitale globale, scommette sulla propria credibilità come potenza normativa. Se saprà mostrare che è possibile conciliare competitività, sicurezza e tutela dei diritti fondamentali, le sue scelte regolatorie continueranno a irradiare ben oltre i confini del continente, contribuendo a definire le condizioni di possibilità della democrazia nell’era digitale.

Bibliografia essenziale

A. Bradford, The Brussels Effect. How the European Union Rules the World, Oxford–New York, Oxford University Press, 2020. 

Regolamento (UE) 2022/1925 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 settembre 2022, sui mercati contendibili e equi nel settore digitale (Digital Markets Act). 

Regolamento (UE) 2022/2065 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 ottobre 2022, relativo a un mercato unico dei servizi digitali e che modifica la direttiva 2000/31/CE (Digital Services Act). 

Regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 giugno 2024, che stabilisce norme armonizzate sull’intelligenza artificiale (Artificial Intelligence Act). 

M. Marsili, J. Wróblewska-Jachna, «Digital Revolution and Artificial Intelligence as Challenges for Today», in «Media i Społeczeństwo», 20, 1, 2024, pp. 19-30. doi:10.5604/01.3001.0054.6506.

M. Marsili, «Cognitive Warfare, Disinformation, and Corporate Influence in Europe’s Energy Transition: Information Control, Regulation, and Human Rights Implications», in «ACIG – Applied Cybersecurity and Internet Governance», 4, 1, 2025. doi: 10.60097/ACIG/214045.

Marco Marsili è ricercatore, docente, saggista e giornalista, specializzato in studi politici e internazionali, sicurezza e difesa, diritti umani e nuove tecnologie. La sua attività di ricerca si concentra in particolare su geopolitica, conflitti ibridi e guerra cognitiva, intelligenza artificiale, sicurezza internazionale e tutela dei diritti fondamentali.
Dottore di ricerca in Storia, studi di sicurezza e difesa, ha svolto attività di ricerca presso diverse istituzioni accademiche europee ed è attualmente Chief Research Officer del Center for Security, AI and Resilience di Varsavia. È inoltre research associate presso il CEI-Iscte di Lisbona e il CINAMIL dell’Accademia Militare portoghese e associate fellow del CESRAN.
Ha collaborato con NATO Allied Command Transformation allo sviluppo del concetto di Cognitive Warfare e ha partecipato a gruppi di ricerca della NATO Science and Technology Organization. Autore di libri e articoli scientifici, affianca alla ricerca l’attività giornalistica e un interesse costante per il rapporto tra innovazione tecnologica, democrazia, stato di diritto e diritti umani.