A due anni dalla pubblicazione del rapporto Draghi sulla competitività, che bilancio possiamo tracciare? Ci ha provato POLITICO, in un articolo a più firme pubblicato l’8 settembre, a misurare quanto delle indicazioni dell’ex presidente della Bce sia stato effettivamente tradotto in politiche europee. Il giudizio non è quello di un sostanziale immobilismo: la Commissione ha recepito una parte consistente dell’agenda Draghi e l’ha trasformata in proposte sull’industria, gli investimenti, la difesa, l’energia e il mercato unico. Il problema arriva quando queste misure entrano nel processo decisionale europeo e si scontrano con le resistenze dei governi nazionali. La sintesi proposta dal giornale può essere riassunta così: il piano Draghi è ormai diventato l’agenda ufficiale dell’Ue, ma la sua attuazione continua a rimanere indietro rispetto alle ambizioni dichiarate.
Il piano Draghi è ormai diventato l’agenda ufficiale dell’Ue, ma la sua attuazione continua a rimanere indietro rispetto alle ambizioni dichiarate
La ricognizione passa in rassegna tredici grandi capitoli dell’agenda Draghi, dal bilancio alla finanza, dal debito comune all’automotive, dall’energia alla difesa. Ne emerge un quadro molto differenziato, ma attraversato da un problema comune: Bruxelles ha spesso raccolto le indicazioni dell’ex premier italiano, mentre gli Stati membri sono assai meno disponibili quando la loro realizzazione richiede di spostare risorse, condividere competenze o rinunciare a priorità nazionali.
Il bilancio dell’Unione è uno dei terreni sui quali questa distanza appare più evidente. Draghi aveva indicato la necessità di spostare risorse dalle tradizionali politiche agricole e regionali verso competitività e innovazione. La Commissione ha seguito questa impostazione nella proposta per il bilancio 2028-2034, prevedendo un nuovo European Competitiveness Fund da 410 miliardi di euro. Durante il negoziato, però, i governi hanno cominciato a muoversi nella direzione opposta, ridimensionando il fondo e cercando di salvaguardare le risorse destinate all’agricoltura e alle politiche regionali. Un risultato più vicino alle indicazioni di Draghi è invece la disponibilità degli Stati ad accettare una struttura del bilancio più flessibile, con meno risorse rigidamente predeterminate.
Anche sul fronte finanziario il bilancio è interlocutorio. L’obiettivo di trasformare l’Unione in un grande polo di investimento capace di competere con Wall Street ha prodotto diverse iniziative della Commissione, compreso il tentativo di rafforzare la vigilanza europea sui mercati. Le resistenze nazionali restano però forti. È quanto accaduto anche con il tentativo di mobilitare una parte dei risparmi privati europei attraverso gli investimenti pensionistici: Bruxelles ha modificato le regole europee, ma i governi hanno fortemente ridimensionato le riforme, difendendo il controllo sui propri sistemi pensionistici.
Ancora più difficile è il capitolo del debito comune, una delle proposte più controverse di Draghi. L’idea è utilizzare nuove emissioni europee per finanziare progetti strategici e beni pubblici comuni, dalle reti elettriche e dagli interconnettori alla ricerca più avanzata. La disponibilità politica a emettere nuovi eurobond resta tuttavia limitata, soprattutto tra i Paesi “frugali”. La proposta spagnola di arrivare a 850 miliardi di euro l’anno di nuovo debito comune non ha trovato seguito nel Consiglio, mentre rimane incerto anche il destino delle ipotesi più moderate inserite dalla Commissione nella proposta per il prossimo bilancio pluriennale.
Il settore automobilistico è invece uno degli esempi nei quali la Commissione ha seguito più da vicino le raccomandazioni di Draghi, senza che questo sia bastato a invertire le difficoltà dell’industria europea. Bruxelles ha introdotto maggiore flessibilità sugli obiettivi delle emissioni e ha abbandonato il divieto assoluto dei motori a combustione dopo il 2035, adottando un approccio definito “tecnologicamente neutrale”. La crisi industriale rimane però profonda: il pezzo richiama il piano Volkswagen che prevede 100 mila tagli occupazionali e la possibile chiusura di quattro stabilimenti in Germania. Sul fronte delle tecnologie più avanzate, inoltre, i robotaxi stanno iniziando ad apparire nelle città europee, ma utilizzano prevalentemente tecnologie americane o cinesi.
Sull’energia il giudizio torna a essere quello di un’attuazione parziale. Draghi aveva individuato negli elevati prezzi dell’elettricità uno dei principali ostacoli alla competitività europea e aveva indicato la necessità di accelerare sulle rinnovabili e soprattutto sulla modernizzazione, l’espansione e la digitalizzazione delle reti. Il pacchetto europeo sulle reti affronta diversi di questi problemi, ma i governi hanno già ridimensionato alcuni elementi della proposta, considerati eccessivamente centralizzatori. Non è inoltre emersa una vera struttura comune per gli acquisti energetici: imprese e Stati continuano spesso a muoversi autonomamente, senza utilizzare pienamente il peso negoziale del mercato europeo.
L’agenda Draghi è stata ampiamente recepita dalla Commissione europea, ma la sua attuazione si scontra con le resistenze dei governi nazionali
Una situazione analoga riguarda le telecomunicazioni. Il mercato unico immaginato da Draghi rimane lontano, anche se alcune delle sue indicazioni, dall’armonizzazione delle frequenze mobili alla progressiva eliminazione delle vecchie reti in rame, sono confluite nel Digital Networks Act proposto dalla Commissione. Le resistenze dei governi a una maggiore centralizzazione europea rimangono uno degli ostacoli principali, insieme alle divisioni sul controverso tema della condivisione degli investimenti tra operatori di telecomunicazioni e grandi piattaforme digitali.
Più avanzato, secondo POLITICO, appare il capitolo della concorrenza. Draghi aveva suggerito di rendere meno rigide le regole sulle fusioni per consentire la nascita di imprese europee capaci di competere su scala globale. La Commissione ha accelerato la revisione delle proprie linee guida, introducendo innovazione e investimenti tra i parametri da considerare nella valutazione delle grandi operazioni societarie. Rimane aperto il dilemma dei cosiddetti “campioni europei”: fino a che punto favorire la crescita di grandi gruppi continentali senza ridurre la concorrenza o penalizzare i consumatori.
Anche la politica commerciale europea sta diventando progressivamente più assertiva. I nuovi accordi con India, Indonesia, Mercosur, Messico e Australia possono offrire nuovi sbocchi agli esportatori europei, mentre sul versante difensivo Bruxelles ha iniziato ad adottare misure più incisive per proteggere la propria base industriale. Rimane però irrisolta la tensione tra apertura commerciale e protezione dell’industria europea. La crescente esposizione nei confronti della Cina, con la stessa Germania entrata nel gruppo dei Paesi europei che registrano un deficit commerciale con Pechino, rende il problema ancora più evidente.
Sul terreno della cybersecurity si registra qualche progresso nella riduzione della dipendenza dai fornitori di telecomunicazioni considerati ad alto rischio, in particolare Huawei e ZTE. Nel 2026 la Commissione ha proposto di trasformare il de-risking volontario in un obbligo giuridico attraverso la revisione del Cybersecurity Act. Molto meno è stato ottenuto sul cloud: nonostante anni di discussioni sulla sovranità tecnologica, l’Europa continua a dipendere fortemente dai fornitori extra-Ue. Una delle principali vulnerabilità individuate da Draghi rimane così sostanzialmente irrisolta.
La difesa figura invece tra i settori nei quali la Commissione si è mossa maggiormente. POLITICO ricorda il lancio un piano da 150 miliardi di euro di prestiti a condizioni favorevoli per gli acquisti militari degli Stati membri (sul quale però ci sono da registrare le perplessità della Corte dei conti) ed è stata proposta una dotazione di 131 miliardi per difesa e spazio nel prossimo bilancio europeo, cinque volte superiore a quella precedente. Draghi aveva però indicato anche la necessità di consolidare l’industria europea della difesa, prendendo come riferimento la maggiore concentrazione del settore negli Stati Uniti. Proprio su questo punto persistono forti resistenze, perché i governi tendono a sostenere il consolidamento solo quando non mette a rischio imprese e occupazione nazionali.
Nel settore sanitario, il Biotech Act proposto dalla Commissione recepisce diverse indicazioni del rapporto Draghi. L’obiettivo è rendere l’Europa più attrattiva per la ricerca clinica, contrastando la tendenza delle imprese a trasferire negli Stati Uniti e in Cina le sperimentazioni di molecole sviluppate in Europa. La proposta prevede anche incentivi brevettuali e un maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale e degli strumenti basati sui dati nella ricerca farmaceutica. Rimane da vedere quante risorse saranno effettivamente destinate alle scienze della vita all’interno del futuro fondo europeo per la competitività.
Più controverso è il rapporto tra competitività e sostenibilità. La regolamentazione ambientale è stata il primo bersaglio della spinta alla semplificazione avviata dalla Commissione sulla scia del rapporto Draghi. Sono state alleggerite le norme sulla rendicontazione ambientale delle imprese, indebolite alcune disposizioni contro la deforestazione e ridimensionati alcuni obiettivi climatici. Questa spinta incontra però un limite politico: nelle istituzioni europee esiste spazio per rendere meno stringenti alcune regole, non per smantellare la politica ambientale. La decarbonizzazione continua a far parte del consenso politico europeo, rafforzata anche dalle preoccupazioni per gli eventi climatici estremi e per la dipendenza dai combustibili fossili importati.
È però l’agricoltura a rappresentare forse l’esempio più efficace della tesi dell’articolo. Nel rapporto di circa 400 pagine il settore occupava uno spazio marginale e gli ingenti sussidi europei venivano considerati risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per rafforzare l’industria, la sicurezza e altre priorità strategiche. Due anni dopo, il negoziato sul bilancio mostra la forza politica che quella impostazione aveva sottovalutato. Dopo le proteste degli agricoltori, i governi stanno cercando di proteggere quasi 294 miliardi di euro di sostegno agricolo diretto, con la possibilità di aggiungere ulteriori risorse. La pressione per i tagli si sta così spostando proprio sulla competitività, sulla difesa e sulla politica estera. Draghi aveva sostanzialmente lasciato gli agricoltori fuori dal suo piano; ora sono proprio loro a contribuire a decidere quanto di quel piano l’Europa possa permettersi.
Draghi aveva sostanzialmente lasciato gli agricoltori fuori dal suo piano; ora sono proprio loro a contribuire a decidere quanto di quel piano l’Europa possa permettersi
POLITICO ricorda che lo stesso Draghi, del resto, mostra una crescente insofferenza per la lentezza con cui viene attuata la sua agenda. Insieme a Patrick Collison, amministratore delegato di Stripe, ha recentemente fondato il Rhine Group, che riunisce imprenditori, economisti ed ex responsabili politici, con l’obiettivo di spingere l’Europa a passare dalla diagnosi all’azione. Il gruppo sostiene che il continente si trovi oggi in una situazione ancora più difficile rispetto al settembre 2024. La sua stessa costituzione viene interpretata nell’articolo come un segnale della convinzione di Draghi che le istituzioni incaricate di realizzare la sua agenda si stiano muovendo troppo lentamente.
Il bilancio tracciato da POLITICO a due anni dal rapporto non è dunque quello di un’agenda ignorata da Bruxelles. Molte delle proposte di Draghi sono entrate nelle iniziative della Commissione. Il vero ostacolo emerge quando quelle indicazioni devono trasformarsi in decisioni capaci di modificare la distribuzione delle risorse, ridurre prerogative nazionali, creare nuovo debito comune o mettere in discussione interessi economici consolidati. È questo il senso della “vecchia politica europea” richiamata nel titolo dell’articolo: il consenso sulla necessità di recuperare competitività è ormai ampio, ma diventa molto più fragile quando si tratta di stabilire che cosa gli Stati siano davvero disposti a sacrificare per finanziarla.

