Difesa europea, la Corte dei conti avverte Bruxelles: spendere di più non basta

I revisori europei mettono in dubbio la possibilità di raggiungere la “prontezza alla difesa” entro il 2030: investimenti in forte crescita, ma restano frammentazione, dipendenza dagli Stati Uniti e problemi di coordinamento tra i Ventisette

L’Europa sta spendendo molto di più per la difesa, ma questo non significa necessariamente che stia diventando altrettanto più capace di difendersi. È il principale campanello d’allarme lanciato dalla Corte dei conti europea, che nella sua nuova analisi sulla politica di difesa dell’Unione mette in dubbio la possibilità di raggiungere entro il 2030 quella “prontezza alla difesa” che Bruxelles ha posto al centro della propria strategia.

Il punto è importante anche per evitare una lettura fuorviante del documento. La Corte non “boccia” il riarmo europeo e non contesta la necessità di rafforzare le capacità militari dell’Unione. Al contrario, parte dal riconoscimento di un quadro internazionale profondamente deteriorato e delle vulnerabilità messe in luce dalla guerra in Ucraina. Ma avverte che aumentare i bilanci militari non è sufficiente se le risorse continuano a essere impiegate attraverso sistemi nazionali frammentati, industrie che faticano ad aumentare la produzione e meccanismi europei e nazionali non adeguatamente coordinati.

I numeri mostrano la dimensione della svolta avvenuta negli ultimi anni. La spesa complessiva per la difesa dei Paesi dell’Unione è passata dai 262 miliardi di euro del 2022 ai 418 miliardi del 2025. Tutti gli Stati membri dell’Ue appartenenti alla Nato hanno inoltre raggiunto o superato nel 2025 l’obiettivo del 2 per cento del Pil destinato alla difesa.

Più spesa militare non significa automaticamente più capacità di difesa: il nodo resta trasformare gli investimenti nazionali in una forza europea realmente integrata.

La questione sollevata dai revisori europei è però cosa produca concretamente questa massa crescente di risorse. La pianificazione delle capacità militari resta infatti in larga misura affidata ai singoli Stati, che individuano autonomamente le proprie esigenze. In assenza di un efficace coordinamento dall’alto e con diversi flussi di finanziamento europei e nazionali che procedono parallelamente, secondo la Corte aumenta il rischio di investimenti frammentati, duplicazioni e, paradossalmente, di lasciare scoperte proprio alcune delle capacità di cui l’Europa avrebbe maggiormente bisogno.

È qui che emerge una delle contraddizioni strutturali della nuova politica europea della difesa. L’Unione prova a costruire una dimensione comune, ma la difesa rimane essenzialmente una competenza degli Stati membri. Sono le capitali a decidere quali sistemi acquistare, quali capacità sviluppare e quanto spendere. La conseguenza è che all’aumento complessivo degli investimenti non corrisponde necessariamente un analogo aumento della capacità europea di agire in maniera integrata.

A pesare è anche la dipendenza dall’esterno. Tra l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina e il giugno 2023, il 78 per cento degli acquisti per la difesa effettuati dagli Stati membri proveniva da Paesi extra-Ue e il 63 per cento dagli Stati Uniti. Una situazione in parte determinata dall’urgenza di ricostituire rapidamente gli arsenali, ma che evidenzia quanto sia ancora lontano l’obiettivo di un’industria europea capace di soddisfare autonomamente una quota molto maggiore della domanda militare del continente.

Non è soltanto una questione di provenienza degli armamenti. La Corte richiama le debolezze della base industriale europea, le vulnerabilità delle catene di approvvigionamento e le strozzature produttive che possono impedire di trasformare rapidamente nuovi stanziamenti in nuove capacità militari. A ciò si aggiungono la carenza di personale qualificato e l’aumento dei prezzi nel settore della difesa: se l’offerta non riesce a crescere con la stessa velocità della domanda, una parte dell’aumento della spesa rischia infatti di tradursi in inflazione anziché in un corrispondente incremento delle capacità.

Il problema riguarda anche il modo in cui la nuova corsa agli investimenti viene finanziata. Accanto ai bilanci nazionali sono comparsi strumenti europei sempre più rilevanti, tra cui SAFE, che mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro in prestiti per sostenere gli investimenti nella difesa. La Corte richiama l’attenzione sui rischi legati alla gestione finanziaria, alla governance e alla rendicontazione di un sistema nel quale si sovrappongono risorse nazionali, bilancio europeo e strumenti finanziati attraverso il debito.

Tra l’inizio della guerra in Ucraina e giugno 2023, il 78% degli acquisti militari dei Paesi Ue è arrivato da fuori dall’Unione, il 63% dagli Stati Uniti.

La fotografia che ne deriva è quindi più complessa di quella suggerita da una semplice contrapposizione tra favorevoli e contrari al “riarmo”. Il vero interrogativo riguarda la natura stessa della difesa europea che si sta costruendo. Se ogni Stato aumenta autonomamente il proprio bilancio militare, acquista sistemi diversi e continua a rivolgersi in larga misura a produttori esterni all’Unione, il risultato può essere una somma di 27 difese nazionali più costose, senza che nasca necessariamente una capacità europea proporzionalmente più forte.

È precisamente su questo terreno che Bruxelles sta cercando di intervenire. La tabella di marcia europea verso il 2030 prevede di organizzare almeno il 40 per cento degli acquisti attraverso procedure congiunte entro la fine del 2027 e punta a colmare collettivamente le principali carenze di capacità entro il 2030. Tra i settori considerati prioritari figurano difesa aerea e missilistica, artiglieria, munizioni, droni e sistemi anti-drone, mobilità militare, cybersicurezza, intelligenza artificiale e guerra elettronica.

Ma proprio la distanza tra questi obiettivi e la situazione attuale spiega la prudenza della Corte. L’esperienza recente offre già qualche indicazione: l’obiettivo europeo di fornire all’Ucraina un milione di munizioni d’artiglieria, per esempio, è stato raggiunto con otto mesi di ritardo, mostrando concretamente le difficoltà dell’industria europea nell’aumentare rapidamente la produzione.

La conclusione dei revisori di Lussemburgo è dunque meno radicale di una “bocciatura” del piano europeo, ma probabilmente più scomoda. L’Europa ha avviato un aumento della spesa militare di dimensioni storiche, senza avere ancora risolto i problemi che da decenni limitano la costruzione di una vera difesa comune: frammentazione industriale, sovrapposizione delle capacità nazionali, insufficiente coordinamento degli investimenti e dipendenza tecnologica e produttiva dall’esterno.

La sfida da qui al 2030 non sarà quindi soltanto trovare più risorse. Sarà trasformare quelle risorse in capacità comuni, interoperabili e sempre più europee. Perché spendere di più può rafforzare gli eserciti nazionali; costruire una difesa europea richiede invece che i Ventisette imparino anche a programmare, produrre e acquistare insieme.