L’Europa, una scelta necessaria: intervista a Massimo Cacciari

Tra crisi politica, deficit di legittimazione e nuove guerre, Cacciari legge un’Unione europea sempre più debole ma ancora indispensabile: senza integrazione, gli Stati sono destinati all’irrilevanza

di Alex Pessotto

Controcorrente, certo: mai le opinioni di Massimo Cacciari si rivelano omologate al sistema, alla massa. Ma forse è proprio per questo che in televisione e non solo risulta uno dei commentatori di punta: tra i più richiesti, tra i più autorevoli, tra i più originali nell’interpretare l’attualità. E l’UE non sfugge certo alla sua analisi.

Professor Cacciari, come valuta l’attuale stato di salute dell’Unione Europea?

Pessimo. Direi catatonico. Non solo in quanto a livello politico con tutti i leader europei, ad eccezione di qualche Paese dell’Est, in una crisi evidente anche in termini di rappresentatività. E ciò vale all’ennesima potenza per gli organismi dell’UE: abbiamo un Parlamento fantasma, una Commissione che di fatto dovrebbe agire su un piano esecutivo, ma è priva di ogni legittimazione democratica diretta, e un Consiglio d’Europa in cui pari pari si ripresentano tutte le divisioni tra Stati. Sì, è rimasta un’unità di mercato e, dominante all’interno di ogni struttura dell’Unione, una cultura neoliberista, tecnocratica, ma che sta seguendo più o meno passivamente gli interessi delle grandi corporation globali, multinazionali. In più, va inserita la questione della guerra che sta rendendo ancora più difficile la prosecuzione di discorsi di welfare, di sussidiarietà, di solidarietà.

Da quando l’UE è in crisi?

La crisi prosegue, aggravandosi di continuo, da trent’anni a questa parte e i numeri la denunciano chiaramente: nel 1990 il Pil europeo era il 25% di quello mondiale, mentre oggi è al 14%. Quindi, è una crisi di produttività, una crisi di organizzazione tecnico-politica, una crisi di ruolo internazionale. E poi basti pensare che l’ultima grande, coraggiosa scelta europea è stata l’Euro, ma tale scelta, era evidente, aveva un senso soltanto se veniva seguita da una strategia di unione politica e di assunzione di un peso internazionale. Purtroppo, però, non è stato fatto nulla di tutto questo. Forse, è stata anche una crisi di leadership, una crisi dei partiti: e, in questa crisi, il collasso delle culture social-democratiche da un lato e cattolico-popolari dall’altro hanno probabilmente influito profondamente. Ecco, secondo me un posto di rilievo lo occupa il deficit di cultura politica derivante dalle grandi trasformazioni che si sono succedute dopo la fine della Guerra Fredda.

L’Unione Europea, alla luce di questa analisi, era meglio non farla?

L’Unione Europea era necessaria: una dimensione di staterelli divisi avrebbe portato al loro ridimensionamento. Quindi, l’idea di creare prima un mercato unico e su quella base una moneta unica e, ancora, su quella base una politica e una strategia internazionale comuni era una decisione giusta, opportuna, se si voleva il confronto con le grandi potenze. Tuttavia, non siamo stati in grado di realizzarla e le cause possono essere molteplici: la nascita di nuovi, grandi soggetti che hanno scombinato gli equilibri internazionali, la Cina in primis, il modo in cui si è conclusa la Guerra Fredda senza un vero trattato di pace tra democrazie occidentali e Russia, la difficoltà di svolgere una politica mediterranea dato che sia per la Francia sia soprattutto per la Germania era una questione al di là del loro cono di luce. E non si può poi trascurare la crisi demografica: l’Europa invecchia, non fa figli e il modo improvvisato in cui questo tema è stato affrontato si collega strettamente a quello dell’immigrazione. Insomma, le cause sono complesse: non era certo facile confrontarsi con le novità che emergevano dopo la fine della Guerra Fredda e la caduta del Muro, ma, di sicuro, non siamo riusciti a farlo.

Quanto incidono nella crisi dell’Unione Europea i conflitti russo-ucraino e Israele-Hamas?

Il conflitto tra Israele-Palestina va avanti da 60-70 anni e continuerà con momenti di tregua che si alterneranno ad altri di lotta, come quello attuale. Sì, purtroppo proseguirà: ormai è troppo il sangue versato, troppa la quantità di odio che si è generata. Non vedo soluzioni alla tragedia tranne, forse, una grande leadership israeliana da un lato e palestinese dall’altro, anche se la trovo un’ipotesi tutto sommato improbabile. La guerra russo-ucraina ha decisamente un’altra natura.

Perché?

È una tipica guerra civile tra due nazioni che da secoli sono state legate e che da secoli sono inimiche, pur essendo completamente coinvolte dallo stesso destino in quanto a lingua, tradizioni e a molto altro. In questo caso sì, dovremmo riuscire a farcela e se ci fosse un’Europa capace di svolgere una vera azione politica e diplomatica si potrebbe giungere ad alcuni patti solidi, ben fondati, se non a una pace autentica. Di patti fra le parti, peraltro, ne erano già stati scritti.

Quando?

A Minsk, nel 2015, da Vladimir Putin, Petro Porošenko, François Hollande e Angela Merkel. Quei patti stabilivano che nel rispetto della sovranità ucraina, nel territorio del Donbass si pervenisse in sostanza a uno statuto speciale. Ovviamente, la Crimea era esclusa da questo provvedimento: è ridicolo pensare a una Crimea ucraina, dato che è sempre stata una parte essenziale del territorio russo che soltanto una sciagurata concessione di Nikita Chruščëv, quando era una delle Repubbliche dell’Unione Sovietica, negli anni Cinquanta donò all’Ucraina. Ebbene, perché quel patto consacrato, benedetto dalle Nazioni Unite è fallito?

Appunto, perché?

Il patto stabiliva che questo assetto federale dell’Ucraina dovesse esser messo nella costituzione di quello Stato e l’allora presidente Porošenko si era impegnato a fare una modifica costituzionale. Tornato a Kiev, però, è stato immediatamente defenestrato e al suo posto è giunto Volodymyr Zelens’ky. Questo è il punto su cui dovrebbe lavorare l’Europa, anziché pensare al riarmo. Anche perché che senso avrebbe riarmarsi? Che senso avrebbe fare guerra alla Russia e poi trovarsi con mille atomiche sulla testa con gli Stati Uniti che non muoverebbero un dito?

Nel conflitto russo-ucraino, l’Unione Europea è vassalla, ostaggio degli Stati Uniti?

No, per nulla. Gli Stati Uniti hanno detto chiaramente che dobbiamo arrangiarci, che la Russia non è più un pericolo, un nemico, e che altre sono le grane da affrontare. Per gli Usa, se vogliamo far la guerra alla Russia dobbiamo farla per conto nostro. Hanno affermato formalmente che in Ucraina si perde tempo. Il loro pensiero va principalmente alla Cina.

Ma quanto c’è da aver paura di Trump?

Di Trump non c’è da aver alcuna paura. È il rappresentante delle grandi corporazioni, delle grandi oligarchie economico-finanziarie. Dovremmo aver paura di loro, ma non è certo Trump a far la guerra.

Quanto c’è da sperare in un’Unione Europea differente?

Siamo costretti a sperare. Diceva Leopardi che disperare è impossibile. E, dopo tutto, speriamo sempre, anche quando disperiamo. Allora, speriamo bene!

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