Difesa europea, Bruxelles al buio: gli Stati membri non condividono i dati sugli armamenti

Solo 12 paesi su 27 comunicano informazioni sugli acquisti congiunti. La Commissione ammette di non poter verificare se la strategia industriale della difesa stia funzionando. Tra sovranità nazionale, protezione delle industrie locali e diffidenza reciproca, il progetto di difesa comune europea si scontra con la resistenza delle capitali.

La strategia europea per la difesa rischia di incepparsi sul nodo più politico e sensibile di tutti: la riluttanza degli Stati membri a condividere informazioni sui propri acquisti militari. A denunciarlo non sono soltanto analisti o indiscrezioni di stampa, ma le stesse istituzioni europee, dalla Commissione alla Corte dei Conti europea, passando per l’Agenzia europea per la difesa.

In un recente articolo, Politico riporta le dichiarazioni del Commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius, il quale ammette apertamente che Bruxelles “sta volando alla cieca”. Meno della metà degli Stati membri, infatti, trasmette dati sugli acquisti comuni di armamenti: “Solo 12 Stati membri su 27 hanno fornito dati sugli appalti congiunti”, ha dichiarato Kubilius in una risposta scritta al Parlamento europeo, aggiungendo che senza queste informazioni è “impossibile” valutare se la cooperazione militare europea stia realmente avanzando.

“Solo 12 Stati membri su 27 hanno fornito dati sugli appalti congiunti”

Il problema investe direttamente la European Defence Industrial Strategy (EDIS), la strategia approvata nel 2024 con cui l’UE punta a rafforzare la prontezza militare europea entro il 2035. L’obiettivo dichiarato è aumentare gli acquisti congiunti, ridurre le duplicazioni industriali e costruire una base produttiva europea meno dipendente dagli Stati Uniti. Tuttavia, come osserva Politico, “gli obblighi di comunicazione non sono vincolanti e non esistono sanzioni per chi non li rispetta”, perché la Commissione non dispone di reali strumenti coercitivi in materia di difesa, settore che resta competenza nazionale.

La frammentazione è enorme. L’articolo ricorda che ogni paese “protegge gelosamente la propria industria della difesa e indirizza verso di essa i contratti”, alimentando una moltiplicazione di sistemi incompatibili e costosi: carri armati, aerei e piattaforme differenti che impediscono economie di scala e interoperabilità. È il paradosso di un’Europa che chiede maggiore integrazione militare ma continua a organizzare la spesa secondo logiche nazionali.

La stessa European Defence Agency denuncia da anni questa situazione nei report CARD (Coordinated Annual Review on Defence). L’Agenzia sottolinea come gli Stati membri continuino a privilegiare “soluzioni nazionali” invece di condividere programmi di approvvigionamento. Il risultato è una duplicazione sistemica delle capacità militari: l’esempio più citato riguarda i carri armati, con una dozzina di modelli differenti in Europa contro un unico modello principale negli Stati Uniti.

La European Defence Agency: gli Stati membri continuino a privilegiare “soluzioni nazionali”

Anche la Corte dei Conti Europea, nei rapporti Special Report 10/23 e 04/25, ha criticato apertamente la mancanza di trasparenza. Secondo i revisori europei, l’assenza di dati affidabili impedisce di verificare se i fondi comuni destinati alla difesa siano utilizzati in modo efficace. In sostanza, Bruxelles sta investendo miliardi senza avere un quadro preciso di cosa gli Stati stiano effettivamente comprando.

La stessa Commissione riconosce la debolezza politica dell’intero impianto. La strategia industriale della difesa europea “è soltanto una comunicazione priva di veri strumenti giuridici vincolanti”, proprio perché la difesa resta dominio degli Stati nazionali. La Commissione può incentivare, coordinare, finanziare; non può imporre.

I numeri confermano il fallimento degli obiettivi fissati da Bruxelles. La strategia prevede che almeno il 40% degli acquisti militari avvenga in forma collaborativa entro il 2030. Ma già nel 2007 l’EDA aveva fissato un benchmark del 35%, e nel 2022 il livello reale di procurement congiunto era fermo al 18%.

circa il 78% degli acquisti di armi avviene fuori dall’UE

Nel frattempo, gran parte della spesa continua a uscire dall’Europa. Secondo i documenti della Commissione sulla strategia industriale della difesa, circa il 78% degli acquisti effettuati tra il 2022 e il 2023 è avvenuto fuori dall’UE, soprattutto negli Stati Uniti. Un dato che mostra quanto sia ancora lontano il progetto di “autonomia strategica” europea.

Le resistenze nazionali derivano soprattutto dalla paura di perdere industrie, posti di lavoro e capacità produttive considerate strategiche. Emblematico il caso polacco: il presidente nazionalista Karol Nawrocki ha bloccato una legge relativa ai prestiti SAFE da 43,7 miliardi di euro per timore che favorisse aziende tedesche. Il premier Donald Tusk ha replicato sostenendo che “l’89% del denaro resterà in Polonia”, affermazione che però, nota l’articolo, “finisce anch’essa per indebolire l’obiettivo degli acquisti comuni”.

Il malcontento cresce anche dentro le istituzioni europee. L’eurodeputato belga Wouter Beke parla apertamente di “sfiducia” tra gli Stati membri, definendola “uno dei principali ostacoli alla costruzione di una vera e necessaria Unione europea della difesa”. Ancora più dura l’eurodeputata verde tedesca Hannah Neumann, secondo cui la mancanza di dati “priva il controllo democratico sulla difesa di una parte delle sue basi fondamentali”.

Il nodo centrale resta dunque politico: gli Stati membri chiedono più sicurezza europea, ma continuano a considerare armamenti e industria militare come strumenti di sovranità nazionale. Bruxelles può stanziare fondi, fissare obiettivi e promuovere cooperazione, ma senza trasparenza e senza condivisione dei dati il progetto di una difesa comune europea rischia di restare incompiuto.

La scarsa trasparenza riguarda anche l’export

La scarsa trasparenza degli Stati membri in materia di difesa non riguarda però soltanto gli acquisti comuni europei. Da anni esiste anche una controversia parallela sul controllo dell’export di armamenti, con accuse ricorrenti rivolte ai governi europei per la mancata condivisione dei dati sulle esportazioni effettive, i ritardi nelle relazioni ufficiali e l’incompletezza delle informazioni fornite all’UE. Già nel 2016 la Rete Italiana per il Disarmo e la rete europea European Network Against Arms Trade denunciavano che “la pubblicazione tardiva della relazione rende il controllo democratico una specie di farsa” e che diversi grandi esportatori europei non comunicavano dati completi sulle consegne di armi, rendendo impossibile un reale controllo democratico. Le organizzazioni criticavano inoltre il fatto che l’Unione europea continuasse ad autorizzare esportazioni verso paesi coinvolti in conflitti o accusati di violazioni dei diritti umani, mentre Bruxelles finanziava parallelamente missioni di stabilizzazione e peace-building nelle stesse aree di crisi.

Anche in questo caso, il nodo centrale restava la sovranità nazionale: le esportazioni militari continuano infatti a essere considerate una prerogativa degli Stati membri, con forti resistenze a qualsiasi meccanismo realmente vincolante di trasparenza e supervisione comune.

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