L’Unione europea torna ad allargarsi. Il Montenegro in prima fila

Il Montenegro potrebbe diventare il ventottesimo Stato membro dell’Unione europea nel 2028. Il 6 novembre, con la chiusura provvisoria di altri due capitoli negoziali, il piccolo Paese balcanico ha compiuto un ulteriore passo verso Bruxelles: sono ora 23 su 33 i capitoli chiusi, e il governo di Podgorica punta a completare i restanti dieci entro la fine dell’anno. Se il calendario sarà rispettato, il trattato di adesione potrebbe essere firmato nel 2027, aprendo la strada all’ingresso nell’Unione l’anno successivo.

Sarebbe il primo allargamento dopo quello della Croazia, entrata nell’UE nel luglio 2013. Ma soprattutto potrebbe essere l’inizio di una nuova stagione di adesioni. Il pacchetto sull’allargamento presentato dalla Commissione europea il 4 novembre conferma infatti i progressi di diversi Paesi candidati, pur evidenziando differenze significative nei tempi e nelle condizioni necessarie per entrare nell’Unione.

Il Montenegro è oggi il candidato più avanzato, seguito dall’Albania, che punta a concludere i negoziati nel 2027. Moldova e Ucraina procedono lungo un percorso più complesso, mentre la Serbia, un tempo considerata tra i principali candidati all’ingresso, continua a perdere terreno.

Podgorica accelera, ma restano gli ultimi ostacoli

Il Montenegro negozia l’adesione dal 2012 e negli ultimi anni ha impresso una forte accelerazione al processo. La Commissione europea considera possibile la conclusione delle trattative entro il 2026, purché vengano completate le riforme ancora necessarie, soprattutto in materia di giustizia, lotta alla corruzione e criminalità organizzata.

Resta inoltre da risolvere una serie di controversie con la Croazia, alcune delle quali risalgono alle guerre jugoslave. Zagabria, già membro dell’Unione, dispone di un potere di veto sulle tappe decisive dell’adesione e potrebbe condizionare il negoziato alla soluzione delle questioni bilaterali ancora aperte.

Il Montenegro conta poco più di 600.000 abitanti e la sua integrazione avrebbe un impatto economico e demografico limitato. Proprio queste dimensioni, insieme al grado di avanzamento delle riforme, ne fanno il candidato più facilmente integrabile nell’attuale assetto europeo. L’ingresso nel 2028 resta comunque un obiettivo politico: dopo la conclusione dei negoziati serviranno la firma del trattato di adesione e la ratifica da parte di tutti gli Stati membri.

L’Albania prova a seguire il Montenegro

Anche l’Albania ha accelerato sensibilmente il proprio percorso europeo. Tirana punta a concludere i negoziati entro il 2027, sostenuta dai progressi nell’adeguamento della legislazione nazionale e nelle riforme istituzionali. La Commissione riconosce i risultati ottenuti, pur continuando a richiedere interventi sul funzionamento della giustizia, sulla corruzione e sulla pubblica amministrazione.

L’Albania potrebbe quindi essere il secondo Paese dei Balcani occidentali a entrare nell’Unione nella prossima fase di allargamento. Il suo percorso resta però meno avanzato di quello montenegrino, e la conclusione delle trattative nel 2027 non significherebbe necessariamente un’adesione immediata.

Per i due Paesi adriatici, l’integrazione europea rappresenta anche il consolidamento di un orientamento politico ed economico già largamente definito. Entrambi sono membri della NATO e hanno sviluppato rapporti sempre più stretti con le istituzioni europee. La loro adesione contribuirebbe a rafforzare la continuità territoriale e politica dell’Unione lungo la sponda orientale dell’Adriatico.

Moldova e Ucraina, l’allargamento cambia dimensione

La prospettiva europea di Moldova e Ucraina ha caratteristiche profondamente diverse. Le due candidature, riconosciute nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina, hanno trasformato l’allargamento in una questione direttamente legata alla sicurezza del continente e ai rapporti con Mosca.

La Moldova ha compiuto progressi significativi nell’avvicinamento alle norme europee, ma continua a confrontarsi con le pressioni russe, le difficoltà economiche e la questione irrisolta della Transnistria, regione separatista nella quale sono presenti truppe russe. Il governo di Chișinău considera l’adesione all’UE una priorità strategica e punta a procedere rapidamente nei negoziati.

Per l’Ucraina, il percorso è inevitabilmente più difficile. La guerra in corso, le esigenze della ricostruzione e la necessità di profonde riforme istituzionali si accompagnano alle conseguenze che un suo ingresso avrebbe sul funzionamento dell’Unione. Con una popolazione e un territorio molto più estesi di quelli degli altri candidati più avanzati, l’Ucraina modificherebbe sensibilmente gli equilibri delle politiche agricole, dei fondi di coesione e del bilancio europeo.

L’adesione di Kiev non sarebbe quindi soltanto un nuovo allargamento, ma una trasformazione degli equilibri economici e politici dell’Unione. Anche per questo, nonostante il sostegno politico europeo, il percorso ucraino rimane più incerto rispetto a quello di Montenegro e Albania.

La Serbia rallenta, i Balcani si dividono

Non tutti i Paesi candidati stanno però avanzando. La Serbia, che ha aperto i negoziati nel 2014, attraversa una fase di sostanziale rallentamento. Le criticità sullo Stato di diritto, il mancato allineamento alle sanzioni europee contro la Russia e soprattutto la questione del Kosovo continuano a pesare sui rapporti con Bruxelles.

Il quadro è complicato anche dalle tensioni politiche interne e dalle contestazioni che hanno attraversato il Paese. Belgrado mantiene una posizione internazionale ambivalente, cercando di conciliare la prospettiva dell’adesione europea con i tradizionali rapporti con Mosca e con una crescente cooperazione economica con la Cina.

La Bosnia-Erzegovina resta frenata dalle divisioni tra le proprie componenti istituzionali, mentre la Macedonia del Nord continua a scontare le controversie con la Bulgaria. Il Kosovo, la cui indipendenza non è riconosciuta da cinque Stati membri dell’UE, incontra ostacoli ancora maggiori.

Si delinea così una situazione in cui Montenegro e Albania potrebbero entrare nell’Unione prima di Paesi che avevano avviato il percorso europeo molto tempo prima. Una differenziazione che premia i progressi negoziali, ma rischia anche di accentuare le distanze politiche all’interno dei Balcani occidentali.

Il prossimo allargamento riguarda anche l’Unione

La possibile adesione del Montenegro riporta infine all’attenzione una questione che riguarda direttamente i Ventisette. L’Unione è pronta ad accogliere nuovi membri senza modificare il proprio funzionamento?

L’ingresso di un Paese di dimensioni ridotte non comporterebbe difficoltà particolarmente rilevanti sul piano finanziario. Ma la prospettiva di un’Unione che comprenda anche Albania, Moldova, Ucraina e, in futuro, altri Paesi balcanici rende più urgente il confronto sulle regole decisionali, sulla distribuzione delle risorse e sul peso politico dei singoli Stati.

Il ricorso all’unanimità in settori importanti, dalla politica estera alla fiscalità, costituisce già oggi un elemento di difficoltà. Con un numero maggiore di membri, il rischio di paralisi potrebbe aumentare. Anche il prossimo bilancio pluriennale dell’UE dovrà tenere conto delle esigenze dei futuri aderenti, soprattutto per quanto riguarda agricoltura e politica di coesione.

Non tutti i governi europei condividono però la stessa posizione sulla necessità di riformare le istituzioni prima di procedere a nuovi ingressi. Alcuni considerano l’allargamento una priorità geopolitica da perseguire rapidamente; altri temono che un’Unione più numerosa, senza un adeguamento delle regole, diventi ancora più difficile da governare.

Il Montenegro potrebbe arrivare a Bruxelles prima che questo confronto sia risolto. E proprio qui sta la particolarità della fase attuale: l’Unione sembra pronta ad accogliere il suo ventottesimo membro, ma non ha ancora stabilito fino a che punto e con quali regole intenda continuare ad allargarsi.