Non poteva esserci luogo più simbolico di Metz per parlare all’Europa. Città di frontiera, passata più volte tra Francia e Germania, segnata dalle guerre che hanno attraversato il continente e poi dalla riconciliazione franco-tedesca, Metz è legata soprattutto alla figura di Robert Schuman. Qui Leone XIV ha concluso il suo viaggio in Francia con un discorso dedicato alle radici dell’Europa, alla pace e all’unità.
La guerra tornata nel continente occupa una parte importante dell’intervento. Una nuova «inutile strage», nelle parole del Papa, che riprendono la definizione usata da Benedetto XV durante la Prima guerra mondiale. L’Europa nata dalla catastrofe di due conflitti mondiali si trova nuovamente a fare i conti con la forza militare nelle relazioni internazionali.
Leone XIV mette in guardia dall’«illusione del riarmo», precisando che la ricerca della pace non va confusa con un «ingenuo irenismo». Al continente chiede piuttosto di interrogarsi sulla strada intrapresa:
«Stiamo compiendo tutti gli “sforzi creativi” per la pace? O ci limitiamo ad arginare l’emorragia della guerra, preparandoci meglio a quelle che crediamo debbano ancora venire?»
Per il Pontefice servono «coraggio nella negoziazione» e la disponibilità a «sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace». Parole pronunciate mentre sicurezza, sostegno all’Ucraina, spese militari e capacità europea di difesa occupano una parte crescente del dibattito politico nel continente.
Sul volo di ritorno da Metz, rispondendo a una domanda sulla guerra tra Russia e Ucraina, Leone XIV è tornato sull’argomento. Di fronte alle potenze che cercano di imporsi con la forza, ha sostenuto, occorre continuare a chiedere ai leader di sedersi a un tavolo e cercare soluzioni attraverso il dialogo. Ha ricordato inoltre che le enormi risorse destinate agli armamenti potrebbero essere utilizzate per affrontare fame, disoccupazione e carenze nella sanità e nell’istruzione.
La figura di Schuman ricorre più volte nell’intervento. La sua esperienza e quella della generazione che avviò il processo di integrazione mostrano come una frontiera di guerra possa diventare uno spazio di cooperazione. Francia e Germania, dopo essersi combattute per generazioni, costruirono interessi e istituzioni comuni che posero le basi della riconciliazione europea.
Leone XIV richiama quindi il diritto internazionale e il multilateralismo, «il miglior antidoto alla volontà di dominio». Il giudizio sul presente è severo: le relazioni tra persone e Stati si fanno «sempre più barbare», il valore della parola data viene disprezzato, mentre menzogna e inganno tornano a trovare spazio nei rapporti internazionali. L’esperienza dell’integrazione europea indica una strada diversa, fondata sulla ricerca del compromesso e sulla composizione di interessi differenti.
«Il futuro dell’Europa non risiede nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze»
Nell’omelia celebrata nella cattedrale di Santo Stefano il Papa torna sul rapporto tra unità e diversità: «Il futuro dell’Europa non risiede nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze». Una formula che a Metz assume un significato particolare: la città, oggi francese, porta ancora nella propria storia e nella propria cultura le tracce dell’incontro e dello scontro tra mondo latino e germanico.
Anche le migrazioni trovano spazio nel discorso. Leone XIV ne riconosce la «portata storica» e richiama l’Europa alla tutela dei diritti della persona, chiedendo vie legali e sicure per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria, il contrasto ai trafficanti e percorsi di accoglienza e integrazione.
L’integrazione comporta però anche l’inserimento nella società di arrivo. Chi giunge in Europa deve poter sviluppare i propri talenti e mantenere la propria sensibilità culturale, ma anche «entrare nello spirito della casa che lo accoglie». Il Papa affianca così all’accoglienza la necessità di condividere regole e riferimenti comuni.
Ampio spazio è riservato alle radici cristiane. «Non si può parlare dell’Europa senza menzionare il cristianesimo», afferma Leone XIV, richiamando Schuman e Alcide De Gasperi e il «debito» della cultura europea nei confronti della tradizione cristiana. Tra i lasciti di questa tradizione indica la dignità della persona e del lavoro, l’uguaglianza, la fraternità e la responsabilità individuale.
Poco prima, incontrando a Metz i rappresentanti delle diverse religioni presenti in Francia, il Papa aveva affermato che «invocare il nome di Dio per legittimare la violenza e l’oppressione costituisce una profanazione». Alle religioni ha chiesto invece di contribuire a «disarmare i cuori e le parole» e alla costruzione della convivenza.
Sul volo Metz-Roma il tema ha assunto anche un risvolto direttamente politico. Interrogato sulla crescita dell’estrema destra in Germania e in altri Paesi europei, Leone XIV ha osservato che alcune posizioni politiche vengono associate a «un particolare tipo di religione» che «non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo».
«Dobbiamo tornare ai valori del Vangelo, che non si fondano sull’odio e sulla divisione, bensì sulla comprensione, sulla compassione e sull’accompagnamento».
Le dichiarazioni hanno suscitato attenzione anche per il dibattito, presente in diversi Paesi europei, sull’uso politico dell’identità cristiana da parte delle destre radicali. Il riferimento esplicito all’estrema destra nasce da una domanda dei giornalisti, ma si collega ad alcuni temi affrontati durante la visita: il rifiuto della religione come giustificazione della violenza, il dialogo tra fedi e la convivenza tra identità differenti.
Le radici cristiane richiamate a Metz non vengono quindi presentate come un criterio di appartenenza religiosa all’Europa. Leone XIV le considera una componente della storia e della cultura del continente, alla quale riconduce principi come dignità umana, fraternità e responsabilità verso l’altro. Nello stesso intervento trovano spazio la difesa della libertà religiosa e il riconoscimento della pluralità culturale europea.
Il richiamo a Schuman, continuo in tutto il discorso del pontefice, riporta infine alla nascita dell’integrazione europea. La generazione dei fondatori aveva conosciuto direttamente guerre, nazionalismi e rivalità territoriali e rispose costruendo istituzioni comuni tra Paesi che fino a pochi anni prima si erano combattuti.
Leone XIV affida l’ultima parte del discorso ai giovani, invitandoli a non sottomettersi «alla logica della violenza e dell’oppressione» e a partecipare alla vita politica e sociale delle proprie comunità.

