L’UE difende la Corte penale internazionale e respinge le minacce di Rubio: “Attacchi inaccettabili”

Dopo gli attacchi del segretario di Stato americano Marco Rubio, la Commissione europea ribadisce il proprio sostegno alla Corte penale internazionale e prepara misure per assicurarne la continuità delle attività.

L’Unione europea ribadisce il proprio sostegno alla Corte penale internazionale (CPI) e considera inaccettabile qualsiasi attacco o minaccia nei confronti dell’istituzione, dei suoi funzionari e del suo personale. Lo ha affermato oggi (14 luglio), durante il consueto briefing della Commissione europea con la stampa, il portavoce per gli Affari esteri Anouar El Anouni, rispondendo a una domanda sulle ultime dichiarazioni provenienti dagli Stati Uniti, dove il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato una campagna contro la Corte e ha prospettato nuove sanzioni e pressioni sugli altri Paesi affinché prendano le distanze dall’organismo dell’Aja.

«Come Unione europea, sosteniamo con fermezza la Corte penale internazionale e i principi sanciti dallo Statuto di Roma» e ne «rispettiamo l’indipendenza e l’imparzialità», ha dichiarato El Anouni, ricordando che l’UE è «fortemente impegnata a favore della giustizia penale internazionale e della lotta contro l’impunità». Per questo motivo, «attacchi o minacce nei confronti della Corte, dei suoi funzionari eletti, del suo personale o di coloro che collaborano con essa sono semplicemente inaccettabili».

Il portavoce ha inoltre sottolineato che «la CPI non prende di mira gli Stati sovrani né costituisce una minaccia alla loro sovranità», ma che, «in base allo Statuto di Roma, esercita la propria giurisdizione sulle persone fisiche responsabili dei crimini più gravi che destano preoccupazione per la comunità internazionale».

Alla presa di posizione del portavoce per gli Affari esteri si è aggiunta quella della portavoce della Commissione europea per le Sanzioni, che ha assicurato il sostegno concreto dell’Unione all’attività della Corte. «Stiamo già agevolando tutte le misure appropriate, comprese iniziative di natura diplomatica, giuridica e finanziaria, che possano contribuire a garantire la continuità delle attività della Corte», ha dichiarato.

La replica europea arriva a stretto giro dopo le dichiarazioni con cui Rubio ha annunciato una vera e propria campagna per smantellare l’organismo istituito con lo Statuto di Roma del 1998. Per il segretario di Stato americano, la Corte penale internazionale rappresenterebbe una minaccia alla sovranità degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Pur non aderendo alla Corte penale internazionale — così come Israele e Russia — gli Stati Uniti hanno ulteriormente irrigidito la propria posizione. In un videomessaggio pubblicato su X e in un articolo sul Wall Street Journal, Rubio ha definito la CPI una «minaccia esistenziale» per gli Stati Uniti.

«In questo preciso istante, la CPI e i suoi alleati stanno dichiarando guerra al nostro Paese, non con proiettili o missili, ma con statuti, trattati e la forza di ciò che viene chiamato diritto internazionale», ha affermato. A suo giudizio il rischio «non ha fatto che aumentare» e oggi «minaccia ogni aspetto del nostro sistema politico e giuridico».

Rubio ha inoltre sostenuto che, se Washington rimanesse passiva, «saremo tutti alla mercé di giudici stranieri situati a migliaia di chilometri di distanza, esposti al costante rischio di essere processati, o addirittura incarcerati, per il cosiddetto crimine di difendere il proprio Paese». Secondo il segretario di Stato, la Corte «cerca di diventare l’arbitro che non deve rendere conto a nessuno di una nuova legge globale, con il potere di perseguire e arrestare i nostri cittadini e di minacciare in modo esistenziale la sovranità americana». Per questo motivo ha concluso che gli Stati Uniti «insegneranno loro cosa davvero significa la determinazione americana».

Se la Corte penale internazionale ha scelto di non replicare pubblicamente alle accuse dell’amministrazione americana, la difesa è arrivata con forza da Bruxelles. «Rispettiamo l’indipendenza e l’imparzialità della Corte», ha ribadito la Commissione europea, ricordando ancora una volta che la CPI «non prende di mira gli Stati né costituisce una minaccia alla loro sovranità», ma esercita la propria giurisdizione esclusivamente nei confronti delle persone accusate dei crimini internazionali più gravi.

Lo scontro tra Washington e la Corte affonda le proprie radici soprattutto nella contestazione, da parte degli Stati Uniti, dei mandati di arresto emessi nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini commessi nella Striscia di Gaza. L’amministrazione Trump sostiene che la Corte non abbia giurisdizione sul caso e accusa l’organo giudiziario di colpire uno dei principali alleati degli Stati Uniti, motivo per cui ha imposto sanzioni nei confronti dei suoi membri.

L’offensiva americana arriva inoltre in un momento particolarmente delicato per la Corte. Il procuratore capo Karim Khan, già destinatario delle sanzioni statunitensi, rimane sospeso dall’esercizio della professione di avvocato nel Regno Unito nell’ambito del procedimento disciplinare avviato dopo le accuse di molestie sessuali formulate da una sua collaboratrice. Il prossimo 24 luglio l’Assemblea degli Stati parte dello Statuto di Roma sarà chiamata a decidere se rimuoverlo dall’incarico.

Lo scontro, tuttavia, va ben oltre il dossier israeliano. La Corte penale internazionale rappresenta da anni uno dei principali pilastri del sistema multilaterale costruito nel secondo dopoguerra, un modello che l’Unione europea continua a considerare fondamentale per la tutela del diritto internazionale, mentre l’attuale amministrazione americana lo percepisce sempre più come un limite alla propria libertà di azione.

Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma, così come Israele, e sotto la presidenza Trump hanno accentuato la diffidenza nei confronti delle istituzioni multilaterali considerate contrarie agli interessi nazionali americani.

Per Bruxelles, invece, la difesa della Corte penale internazionale rappresenta una scelta tanto politica quanto giuridica. Proprio per questo emerge il contrasto con le difficoltà dell’Unione nell’adottare misure concrete in risposta alle violazioni del diritto internazionale contestate a Israele. Sul punto il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha accusato l’UE di nutrire una vera e propria «ossessione» nei confronti dello Stato ebraico, arrivando a trasformare l’Unione in uno strumento di politiche anti-israeliane.

Anche su questo fronte la Commissione europea ha replicato precisando che le misure attualmente allo studio non riguardano Israele nel suo complesso, ma gli insediamenti illegali in Cisgiordania. Una posizione che riflette la crescente preoccupazione di Bruxelles per l’evoluzione della situazione sul terreno. «Quanto sta accadendo lì rende sempre più impossibile la soluzione a due Stati», ha riconosciuto l’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas.