Abitare in Europa come abitare sul confine e abitare in città
Confini, città e pratiche condivise: una riflessione sull’identità europea come forma storica e politica dell’abitare, tra pluralità culturale, mediazione e appartenenza civica
Pierre Auguste Renoir, Le Moulin de la Galette (Museo d'Orsay)
di Gabriele De Anna
Una comunità politica, per potere esistere come gruppo capace di esprimere una volontà e di agire in modo solidale, deve possedere un certo numero di pratiche condivise che permettano ai suoi membri di coordinarsi e accordarsi. Insomma, deve avere una certa cultura comune.
Oggi molti rifiuterebbero questa affermazione perché sostenere che sia necessaria una cultura comune escluderebbe quelli che non appartengono a quella cultura e questo parrebbe violare l’esigenza di accordare a tutti i membri della famiglia umana i medesimi diritti. Tuttavia, dicendo che sia necessaria una certa cultura condivisa (e sottolineo qui la parola “certa”) non mi espongo su quanto pervasiva debba essere tale cultura nella vita dei membri della comunità politica: potrebbe essere una cultura minimale, quel tanto che basta per permettere ai membri della comunità di coordinarsi e accordarsi. D’altra parte, nessuno oggi sosterrebbe che qualsiasi espressione culturale sia tanto accettabile quanto qualsiasi altra. In fondo, come società, non ci impegniamo per promuovere una cultura dei diritti, che sostituisca le culture oscurantiste e oppressive del passato?
Detto questo, possiamo chiederci se ci siano pratiche condivise in Europa, ed eventualmente quali siano, che possano permettere di procedere nel processo di integrazione per compiere ulteriori passi verso la formazione di una comunità politica unica. Comprendere quali siano tali pratiche è importante per capire quali passi possano essere intrapresi verso l’unificazione e che forma dovrebbe prendere la nuova comunità politica per essere efficace, affidabile e conquistare la fiducia dei cittadini. È così che oggi molti studiosi, provenienti da discipline diverse, si interrogano su quale sia il denominatore comune che può permettere di riunire i popoli d’Europa in una comunità politica. Cosa unisce gli europei e può farne una comunità unica?
Su questo punto, molti penseranno che non ci sia molto da discutere: il denominatore comune sulla base del quale si potrebbe costruire l’unità politica europea sarebbero i valori espressi dal Trattato di Lisbona (2007), ossia valori come libertà, uguaglianza, democrazia, stato di diritto e pace. Bisogna però osservare che questa risposta non è sufficiente, per tre motivi. Primo, i valori di Lisbona non sono tipicamente europei, ma sono universali e infatti in larga misura sono proclamati anche dagli accordi e dalle dichiarazioni delle Nazioni unite. Questo lascia aperta la questione: cos’hanno specificamente in comune i paesi europei rispetto ad altre comunità politiche del pianeta che suggerisce l’opportunità di continuare nel processo di unione tra di loro? Secondo, i valori sono generali e astratti, e per guidare l’azione devono essere resi concreti in modi di agire particolari, ossia in pratiche o culture particolari. Per esempio, il linguaggio è un valore per l’essere umano, ma non si può che parlare lingue particolari. Questo lascia aperta la questione: come si può rendere concreti i valori di Lisbona in una cultura comune europea? Terzo: i valori indicano fini da realizzare nel futuro, le pratiche e le culture sono realtà attuali nel presente e derivano dall’eredità del passato. Posso avere il progetto di una casa bellissima, ma per costruire la casa devo rendere operativo il progetto, riflettendo su come posso realizzarlo con i materiali e nell’ambiente a mia disposizione. Così anche se scegliamo i valori di Lisbona come fini da raggiungere, per realizzarli dobbiamo capire se e come le culture e le pratiche diffuse in Europa lo permettano. Insomma, non è superfluo chiedersi “cosa unisce gli europei e può farne una comunità unica?”
Tra i tentativi di rispondere a questa domanda, desidero soffermarmi su quello proposto in un convegno che si è tenuto a Lubiana, in Slovenia, il 26 e 27 maggio 2025 ed è stato organizzato dall’Institut Nova Revija (Institute for the Humanities) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Lubiana e l’Ambascia d’Italia di Lubiana. Il convegno si intitolava Europa come modo di abitare – Europe as a Way of Dwelling – Evropa kot način prebivanja e ospitava contributi di filosofi italiani e sloveni, tra i quali c’ero anche io. Il taglio proposto dal convegno suggerisce di cercare la risposta alla nostra domanda focalizzando l’attenzione sulla tipicità dell’abitare. Da questo punto di vita, ciò che unisce gli europei e può farne una comunità unica sarebbe il loro particolare modo di abitare.
“Abitare in Europa significa abitare su un confine”
Per comprendere la fecondità di questa idea, dobbiamo soffermarci un attimo sul concetto di abitare. In alcune accezioni, “abitare” e “vivere” sono usati come sinonimi. Posso dire indifferentemente “abito in Italia” o “vivo in Italia”. Ma abitare non significa semplicemente vivere: un lupo vive in bosco o un orso in una grotta, ma non diremmo, se non in un senso improprio e traslato, che il lupo abita nel bosco o l’orso nella grotta. Abitare è un modo tipicamente umano di vivere, perché è connesso alla socialità umana: l’essere umano abita in una casa che è la sua casa, abita in una città che è la sua città, abita in un paese che è il suo paese. L’abitare è legato al rapporto di proprietà, un rapporto tra gli esseri umani e le cose, che nasce e dipende dalla dimensione sociale del vivere umano. Il rapporto di proprietà, poi, si declina in forme diverse in base alle pratiche condivise in una certa società: la mia casa è mia in un senso diverso da quello in cui la mia città e mia, o il mio paese è mio, ma i rapporti tra questi tipi di proprietà possono essere diversi in contesti diversi e quali si realizzino in una situazione particolare dipende da come viene inteso e vissuto il rapporto tra “privato” e “pubblico” nella società in questione. La forma di vita umana richiede che le dimensioni dell’abitare umano siano specificate in qualche modo particolare e società diverse potranno specificarle in modi diversi. Ogni società ha un suo modo particolare di abitare. Ma esiste e qual è il modo tipicamente europeo di abitare?
Non provo a riassumere qui tutte le proposte di risposta evocate durante il convengo, ma vorrei almeno avanzare due spunti di riflessione che sono insorti in me durante il convegno e, anche se non riassumono, almeno intercettano molte idee che sono state discusse. Sono due spunti di riflessione tra loro connessi: primo, abitare in Europa significa abitare su un confine; secondo, abitare in Europa significata abitare in un particolare tipo di città, una città europea. I due spunti sono connessi perché abitare sul confine è tipico dell’Europa per il modo in cui si è sviluppata la città europea nella storia.
Partiamo dal primo punto: abitare in Europa è abitare sul confine perché l’Europa è ricca di confini e gran parte della popolazione europea vive accanto a un confine. Ci sono naturalmente i confini tra gli Stati in cui è attualmente divisa l’Europa. Ma all’interno dei singoli Stati ci sono altri confini: tra Stati federati, regioni, dipartimenti, comunità autonome, eccetera, secondo i vai casi. Questi confini sono attualmente contemplati dagli ordinamenti vigenti, ma normalmente seguono le tracce di confini più antichi, che ormai hanno perso un significato legale, ma hanno lasciato memoria di sé nell’urbanistica, negli usi, nelle lingue, nelle relazioni tra le persone. Spesso i confini legalmente riconosciuti passano attraverso zone in cui il loro tracciato è stato ridisegnato ripetutamente nella storia. Sono come tratti di matita cancellati e riscritti molte volte che lasciano solchi ancora percepibili anche dove la gomma ha rimosso la grafite, per citare Alberto Calligaris. La grafite dei confini legali attraversa allora zone dai bordi confusi e sfumati. Sono zone senza limiti netti. Complessi rapporti di somiglianze e differenze attraversano in solchi sopravvissuti alle cancellature.
Marc Chagall, Sulla città (1918)
I confini separano, ma i confini anche uniscono. Da una parte del confine spesso si parla una lingua diversa da quella che si parla dall’altra parte e la lingua divide; essa forma una comunità dai bordi abbastanza netti. Chi non parla una lingua è escluso dalla comunità formata da quella lingua. E chi la parla male è subito identificato come straniero. Ma i confini anche uniscono: essi permettono di sviluppare abitudini comuni che avvicinano le parti con una forza che nemmeno la lingua riesce a bloccare: le cucine tradizionali friulana, carinziana e slovena sono molto simili tra loro, anche se le lingue parlate dai tre gruppi non sono mutualmente comprensibili.
Abitare sul confine significa abitare in una situazione nella quale quando si deve prendere decisioni comuni e quindi si deve mediare, si è in condizioni in cui gli altri con cui si deve mediare sono anche comunità culturalmente e politicamente diverse. Sono situazioni che si generano perché esiste una pluralità di culture che vivono una accanto all’altra e, anche se sono tra loro indipendenti e diverse, devono confrontarsi e coordinarsi tra loro per decidere assieme e possono farlo perché, nonostante le differenze, sono abbastanza simili tra loro per trovare un denominatore comune e condividere le scelte. Abitare in Europa è abitare sul confine nel senso che un europeo appartiene a uno o più gruppi culturali e deve mediare continuamente con gruppi culturali diversi, ma abbastanza simili per sperare di trovare comuni linee d’azione.
Giungiamo così al secondo punto: abitare in Europa è abitare in una città europea. La città europea, tradizionalmente, è una città che appartiene ai suoi cittadini, è una repubblica alla quale i cittadini sentono a loro volta di appartenere e di essere legati; per questo legame, i cittadini possono e vogliono contribuire al benessere della città con le loro azioni, con le loro scelte, con il loro sacrificio. La città europea è il risultato di una storia che parte dalla polis greca di cui parla Aristotele, nella quale fiorisce l’autonomia perché i cittadini possono decidere assieme come vivere; la storia passa per la città dell’epoca imperiale che commenta Plutarco, dove l’autonomia è vissuta nel contesto più ampio dell’Impero romano; la città europea fiorisce poi nei comuni medievali e nelle città del Rinascimento. È un città legata a un territorio, perché si è sviluppa in simbiosi con il suo territorio e con esso costituisce un’unità ecologica. I cittadini vivono nel centro urbano con l’agio concesso dal loro lavoro nelle campagne. La città europea è diversa dalle grandi città imperiali, dove le dimensioni e una struttura amministrativa robusta rendono impossibile la partecipazione dei cittadini alla vita politica. La parola “città” è usata quindi qui in un senso specifico, non equivalente a un generico “agglomerato urbano”. Così, in particolare, la città non è la metropoli, anche se molte città europee sono diventate o stanno diventando metropoli, perdendo così il loro carattere originario.
Dicevo che le due dimensioni dell’abitare europeo che sto discutendo hanno un legame tra loro: vediamo ora perché. Le caratteristiche della città europea sono una sorgente storica di confini. Lucca e Pisa hanno vissuto storicamente in forte contrasto, sono state diverse e antagoniste: due piccoli territori confinanti si sono sviluppati pensando la propria identità in opposizione all’altro. Ancora oggi un pisano e un lucchese percepiscono differenze abissali tra le loro parlate, quando un italiano di un’altra regione non percepisce alcuna differenza. La città europea è certamente una causa significativa della varietà culturale che rende l’Europa una terra di confini. Ma è la città europea che crea le condizioni nel cui il cittadino si sente proprietario della sua città, si sente legato alla sua terra e ai suoi concittadini.
“La città europea, tradizionalmente, è una città che appartiene ai suoi cittadini”
L’abitare sul confine e l’abitare in un certo tipo di città non sono proprietà esclusive dell’Europa. L’esperienza del vivere politico decidendo assieme, scoperta dai greci con la polis, ha segnato la storia europea e attraverso questa ha caratterizzato anche la vita americana. Ma in America la storia non ha ancora fatto in tempo a tracciare confini come in Europa. Nelle civiltà orientali e mediorientali non c’è stata l’esperienza della vita politica in modo così netto come in Grecia e poi in Europa, ma ciò non toglie che esperienze di quel tipo possano emergere anche là. La dimensione politica del vivere e la necessità di cercare denominatori comuni per potere mediare anche con gruppi culturali diversi dal proprio sono infatti aspetti della forma di vita umana che permettono agli esseri umani di fiorire ovunque e in qualsiasi tempo. La specificità dell’Europa sta nell’avere scoperto nella propria storia queste dimensioni del vivere umano, come testimonia il successo che hanno i modelli politici e giuridici europei in tutto il mondo, un successo che va ben oltre quanto possa spiegare la prepotenza coloniale.
Per concludere, va osservato che la specificità dell’Europa sta anche nelle pratiche comuni particolari che, nella traiettoria storica vissuta dall’Europa, hanno permesso di scoprire la dimensione politica del vivere umano e la necessità di mediare con gruppi diversi dal proprio: tali pratiche informano ancora la vita umana in Europa e ogni tentativo di unificazione politica non può che partire riconoscendole e prendendone atto.