Il futuro della politica di coesione europea tra centralizzazione e autonomia dei territori

La riforma del bilancio UE 2028-2034 riapre il confronto sul ruolo di Regioni e città nella gestione delle risorse europee. Semplificazione, partenariato e sussidiarietà al centro di un dibattito che riguarda il modello di governo dell'Unione.

«Ogni forma di centralizzazione va respinta». Con queste parole il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, è intervenuto il 29 ottobre a Trieste alla riunione della Commissione per la politica di coesione territoriale e il bilancio dell’Unione europea (COTER) del Comitato europeo delle Regioni. Le sue dichiarazioni richiamano uno dei principali punti di contrasto nel negoziato sul futuro bilancio europeo: il ruolo che le Regioni potranno continuare a svolgere nella programmazione e nella gestione degli investimenti comunitari.

La riunione, ospitata nel palazzo della Regione in piazza Unità d’Italia e alla quale hanno partecipato oltre trenta rappresentanti provenienti da tutta Europa, si è svolta mentre le istituzioni europee discutono il prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034. Il confronto riguarda tanto l’entità delle risorse disponibili quanto la distribuzione delle responsabilità tra Commissione europea, governi nazionali e amministrazioni territoriali.

Fedriga: «Ogni forma di centralizzazione va respinta»

La politica di coesione è da decenni uno dei principali strumenti attraverso i quali l’Unione europea interviene per ridurre le disparità economiche, sociali e territoriali. Attraverso i fondi strutturali vengono finanziati investimenti in infrastrutture, innovazione, formazione, occupazione e sviluppo locale, con una programmazione pluriennale che coinvolge direttamente le amministrazioni regionali. La revisione di questo sistema potrebbe modificare profondamente il rapporto tra le istituzioni europee e i territori.

Il nodo del bilancio 2028-2034

All’origine del confronto c’è la proposta di bilancio pluriennale presentata dalla Commissione europea nel luglio 2025, per un ammontare complessivo di quasi 2.000 miliardi di euro. La riforma prevede una profonda riorganizzazione degli strumenti finanziari dell’Unione, con l’obiettivo dichiarato di semplificare le procedure, aumentare la flessibilità della spesa e rendere più efficace la risposta europea alle nuove priorità economiche e geopolitiche.

Una delle innovazioni principali è l’introduzione dei Piani di partenariato nazionali e regionali, destinati a riunire in un quadro unitario interventi oggi distribuiti tra diversi programmi, dalla coesione all’agricoltura, dalla pesca alla gestione delle frontiere. La proposta della Commissione assegna a questo sistema circa 865 miliardi di euro, modificando sensibilmente l’architettura attraverso la quale vengono programmati e gestiti gli investimenti europei.

La Commissione sostiene che il nuovo modello consentirà di ridurre la frammentazione amministrativa e di adattare più rapidamente gli interventi alle esigenze dei singoli Paesi. I piani dovrebbero essere elaborati e attuati in collaborazione con le autorità regionali e locali, mantenendo specifiche garanzie per i territori meno sviluppati. Ma proprio la concreta applicazione di questo principio di partenariato rappresenta uno degli aspetti più controversi della riforma.

Il timore delle Regioni è che l’accorpamento dei programmi in un unico piano nazionale finisca per rafforzare il potere decisionale dei governi centrali, riducendo la capacità delle amministrazioni territoriali di programmare direttamente gli investimenti. Un cambiamento che potrebbe incidere non soltanto sulla gestione delle risorse, ma anche sulla possibilità di costruire politiche di sviluppo coerenti con le caratteristiche economiche e sociali dei diversi territori.

Il contrasto tra il Comitato delle Regioni e la Commissione europea

Le preoccupazioni espresse a Trieste sono condivise da numerose amministrazioni europee e hanno trovato nel Comitato europeo delle Regioni (CdR) un interlocutore particolarmente attivo. La presidente Kata Tüttő ha criticato ripetutamente la proposta della Commissione, sostenendo che il nuovo assetto finanziario rischia di compromettere l’autonomia della politica di coesione e di ridurre il ruolo delle amministrazioni territoriali.

La critica riguarda soprattutto il passaggio da programmi regionali, costruiti attraverso un sistema di gestione condivisa, a piani nazionali nei quali le Regioni potrebbero essere chiamate a negoziare con i rispettivi governi l’accesso alle risorse. Il Comitato teme che questo modello finisca per subordinare le strategie di sviluppo territoriale alle priorità politiche degli esecutivi nazionali, indebolendo uno dei principi che hanno caratterizzato la politica di coesione fin dalla sua origine.

Kata Tüttő «La Coesione deve restare una politica europea con una dotazione autonoma».

Il confronto si è manifestato anche nei rapporti con il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto, responsabile per la coesione e le riforme. La Commissione difende la nuova architettura finanziaria, sostenendo che la maggiore integrazione dei programmi consentirà di migliorare il coordinamento degli investimenti e di rispondere con maggiore efficacia alle priorità strategiche dell’Unione. Fitto ha inoltre ribadito che il coinvolgimento delle autorità regionali e locali deve rimanere una componente del nuovo sistema.

Per il Comitato europeo delle Regioni, tuttavia, il semplice richiamo al partenariato non è sufficiente. Occorrono garanzie istituzionali e finanziarie che impediscano ai governi nazionali di assumere unilateralmente le decisioni sulla distribuzione delle risorse. La differenza tra le due posizioni riguarda quindi il grado di autonomia riconosciuto ai territori: partecipazione alla definizione delle strategie oppure coinvolgimento nell’attuazione di programmi stabiliti prevalentemente a livello centrale.

La presidente Tüttő ha inoltre richiamato l’attenzione sulle conseguenze che la riforma potrebbe avere per le Regioni in transizione e per quelle più sviluppate, che rischierebbero di perdere le attuali garanzie di finanziamento. Il Comitato teme che la concentrazione delle decisioni e delle risorse finisca per accentuare le disparità tra le aree economicamente più forti e quelle più fragili, contraddicendo gli obiettivi stessi della politica di coesione.

La mobilitazione delle Regioni europee

Nel confronto tra la commissione COTER e la commissione per lo sviluppo regionale del Parlamento europeo, rappresentanti regionali ed eurodeputati hanno ribadito la necessità di preservare tre principi fondamentali: il partenariato, l’approccio territoriale e la governance multilivello. La politica di coesione, secondo questa impostazione, deve continuare a essere costruita a partire dalle esigenze specifiche dei territori e non limitarsi all’esecuzione locale di strategie definite a livello nazionale.

Il Comitato europeo delle Regioni ha inoltre avanzato una proposta istituzionale concreta: introdurre una clausola di sussidiarietà che permetta alle amministrazioni regionali e locali di segnalare alla Commissione europea i piani nazionali elaborati senza un adeguato coinvolgimento dei territori. La Commissione potrebbe così intervenire contro forme eccessive di centralizzazione, rendendo effettivo il principio del partenariato anche nella definizione dei nuovi programmi.

Il problema investe direttamente anche la competitività europea. Se le risorse venissero concentrate prevalentemente nei territori già dotati delle migliori infrastrutture e delle maggiori capacità amministrative, l’Unione rischierebbe di rafforzare gli squilibri che la politica di coesione è stata concepita per ridurre. Una contraddizione rispetto all’obiettivo di mobilitare il potenziale economico dell’intero territorio europeo.

Una questione che riguarda anche le città

La difesa della dimensione territoriale delle politiche europee coinvolge anche le amministrazioni comunali, sempre più attive nel confronto sulle future strategie dell’Unione. Le città rappresentano infatti uno dei principali livelli di attuazione degli investimenti comunitari, dalle infrastrutture alla mobilità sostenibile, dalla rigenerazione urbana all’inclusione sociale.

Anche le amministrazioni comunali hanno espresso forti preoccupazioni per una possibile centralizzazione della politica di coesione. Le città chiedono di conservare la possibilità di contribuire alla definizione delle priorità e non soltanto di gestire interventi decisi altrove. Il rischio è che il nuovo assetto finanziario riduca la loro autonomia nella programmazione degli investimenti e nella costruzione di strategie di sviluppo urbano coerenti con le esigenze delle comunità locali.

Anche le città reclamano autonomia nella gestione dei fondi europei

La questione riguarda in particolare le città e le Regioni impegnate nella cooperazione transfrontaliera. Programmi come Interreg hanno contribuito negli anni a costruire reti di collaborazione tra amministrazioni, università, imprese e organizzazioni della società civile, favorendo iniziative che difficilmente potrebbero essere ricondotte alle sole priorità di un singolo governo nazionale.

Tra semplificazione e autonomia territoriale

La riforma proposta dalla Commissione nasce da esigenze reali. La molteplicità degli strumenti finanziari europei, la complessità delle procedure e la difficoltà di coordinare programmi diversi costituiscono da tempo ostacoli all’efficacia degli investimenti. Un sistema più semplice e flessibile potrebbe facilitare l’accesso alle risorse e consentire una maggiore capacità di risposta alle trasformazioni economiche e sociali.

Resta però da capire se questa semplificazione debba necessariamente tradursi in una concentrazione delle decisioni. Un maggiore coordinamento nazionale non comporta automaticamente l’esclusione delle Regioni, così come il mantenimento di programmi territoriali separati non garantisce, da solo, una gestione più efficiente. La differenza dipenderà dalle regole concrete di partecipazione, dalle competenze attribuite ai diversi livelli amministrativi e dai meccanismi di controllo previsti dal nuovo sistema.

Il negoziato dovrà quindi trovare un equilibrio tra la necessità di disporre di strumenti finanziari capaci di sostenere priorità strategiche comuni e quella di preservare la capacità dei territori di individuare autonomamente i propri bisogni di sviluppo. Le due esigenze non sono necessariamente incompatibili, ma richiedono un sistema di programmazione nel quale il coordinamento europeo e nazionale non riduca le amministrazioni regionali a semplici soggetti esecutori.

La coesione europea e il principio di sussidiarietà

Il principio di sussidiarietà, sancito dai Trattati europei, prevede che le decisioni siano assunte al livello più vicino possibile ai cittadini, quando questo consenta di raggiungere efficacemente gli obiettivi previsti. Nel campo della politica di coesione, tale principio ha trovato applicazione attraverso un sistema di gestione condivisa che attribuisce alle autorità regionali un ruolo importante nella definizione delle strategie e nell’attuazione dei programmi.

La centralizzazione delle decisioni finanziarie potrebbe alterare questo equilibrio, soprattutto negli Stati caratterizzati da forti differenze economiche e sociali tra le diverse aree territoriali. Le priorità di una regione industriale, di un’area rurale o di un territorio di confine non coincidono necessariamente con quelle individuate a livello nazionale. La possibilità di adattare gli interventi alle condizioni locali costituisce quindi una componente essenziale dell’efficacia della politica di coesione.

Per le Regioni di confine, come il Friuli Venezia Giulia, questa dimensione è particolarmente rilevante. La cooperazione con i Paesi vicini, le reti infrastrutturali transfrontaliere e i rapporti economici e istituzionali con l’Europa centrale e sudorientale richiedono strumenti capaci di sostenere strategie condivise tra territori appartenenti a Stati diversi. Una programmazione prevalentemente nazionale potrebbe rendere più difficile il coordinamento di queste iniziative, qualora non fossero previste adeguate garanzie per la cooperazione territoriale.

La contrarietà alla centralizzazione espressa da Fedriga è dunque parte di una mobilitazione che supera le appartenenze politiche e coinvolge amministratori di numerosi Paesi europei. La preoccupazione comune è che, dietro l’obiettivo condivisibile di semplificare il bilancio dell’Unione, si affermi un modello nel quale le Regioni perdono progressivamente la capacità di orientare gli investimenti europei. Non si tratta soltanto di difendere competenze amministrative, ma di stabilire quanto spazio debba avere il livello territoriale nelle decisioni dell’Unione.

Il negoziato sul bilancio 2028-2034 è ancora aperto e l’assetto definitivo dei nuovi strumenti dipenderà dalle decisioni delle istituzioni europee. Restano da sciogliere importanti questioni finanziarie e istituzionali, a cominciare dalle garanzie di partecipazione delle autorità regionali e locali alla preparazione e all’attuazione dei Piani di partenariato nazionali e regionali.

La scelta tra un sistema fondato su una forte programmazione nazionale e uno che mantenga un ruolo autonomo per le amministrazioni territoriali avrà conseguenze durature sulla politica di coesione. Non soltanto sulla distribuzione dei finanziamenti, ma sulla capacità dell’Unione di affrontare le differenze economiche e sociali tra i suoi territori, coinvolgendo direttamente le istituzioni che li rappresentano.