L’economia europea si trova oggi di fronte a un imperativo categorico che non ammette ulteriori indugi: colmare il divario di crescita con i maggiori competitor globali, in particolare gli Stati Uniti, per evitare di scivolare in un’irrilevanza strutturale nei prossimi decenni. Se negli anni di fine secolo scorso il passo tra le due sponde dell’Atlantico era sostanzialmente allineato, il post-2008 ha segnato una divergenza profonda, con l’Europa ferma a una crescita asfittica mentre gli USA correvano grazie al dominio nelle tecnologie digitali. Tuttavia, all’alba degli anni Trenta, si profila una nuova opportunità per correggere la rotta e questa occasione risponde al nome di deep tech.
A differenza della precedente ondata legata al software e a internet, che il Vecchio Continente ha in gran parte mancato, il paradigma del deep tech non è una semplice evoluzione digitale, ma una rivoluzione che nasce dall’incontro tra ricerca scientifica avanzata, ingegneria di frontiera e capacità imprenditoriale. Parliamo di innovazioni dirompenti in settori critici come l’intelligenza artificiale, le biotecnologie, le energie pulite e la robotica, ambiti in cui l’Europa vanta ancora istituti di ricerca d’eccellenza e risorse umane altamente istruite. Il potenziale è immenso: secondo recenti analisi, questo ecosistema potrebbe generare fino a un trilione di dollari di valore e un milione di posti di lavoro entro il 2030.
Tuttavia, questa transizione tecnologica non è priva di insidie sistemiche. Il cuore della sfida non è esclusivamente tecnologico, ma distributivo. La natura stessa delle tecnologie di frontiera impone barriere d’ingresso altissime, legate alla necessità di capitali ingenti, tempi di maturazione lunghi e competenze iperspecializzate che rischiano di concentrare opportunità e potere economico in pochi poli già sviluppati. Se non governata da una visione politica chiara, questa spinta verso l’innovazione potrebbe esacerbare le fratture sociali e territoriali esistenti, creando una sorta di “desertificazione tecnologica” nelle aree periferiche incapaci di trattenere talenti di alto livello.
Per evitare che l’innovazione diventi un fattore di esclusione, l’Europa deve superare la sua storica frammentazione e la carenza di capitali di crescita. Senza un intervento deciso, il rischio è di ripetere il fallimento sistemico avvenuto con il cloud, dove il valore generato è stato catturato quasi interamente da attori extraeuropei. La costruzione di un ecosistema solido deve quindi poggiare su pilastri strategici che vanno dall’accesso agevolato ai finanziamenti e alla liquidità fino a una regolamentazione armonizzata che riduca la burocrazia. Fondamentale è anche stimolare la domanda di mercato attraverso collaborazioni con grandi clienti industriali e rendere il continente un luogo realmente attrattivo per i talenti globali.
La sfida è far sì che il deep tech diventi un motore di sviluppo equo e diffuso
In questo scenario, la salvaguardia della coesione territoriale non deve essere considerata un obiettivo accessorio, bensì una condizione essenziale per la stabilità democratica e la pace sociale. Le comunità che si percepiscono escluse dai benefici del progresso tendono inevitabilmente a perdere fiducia nelle istituzioni, aggregandosi attorno a coalizioni regressive che mettono a rischio gli equilibri alla base dello sviluppo. La sfida, dunque, è far sì che il deep tech diventi un motore di sviluppo equo e diffuso.
Uno degli strumenti chiave per tentare questa sintesi è l’integrazione tra la piattaforma STEP (Strategic Technologies for Europe Platform) e le Strategie di Specializzazione Intelligente (S4). Mentre STEP punta sulla scalabilità e la velocità degli investimenti nelle tecnologie strategiche, la S4 nasce per valorizzare le specificità locali. Senza un ancoraggio territoriale forte, il rischio è che le aree marginali cerchino di imitare modelli di eccellenza irraggiungibili, svuotando di significato i processi di scoperta imprenditoriale radicata. L’obiettivo deve essere invece quello di utilizzare il deep techcome tecnologia abilitante per rafforzare i settori esistenti e sostenere processi di riqualificazione industriale anche lontano dai centri più dinamici.
Prendendo come riferimento un contesto d’eccellenza manifatturiera come il Friuli Venezia Giulia, definibile come una vera Advanced Manufacturing Valley, appare chiaro come l’introduzione di intelligenza artificiale o robotica avanzata debba essere inserita in una strategia che valorizzi le filiere già presenti. Non si tratta di fare un semplice salto tecnologico, ma di innescare un apprendimento collettivo che coinvolga non solo le eccellenze scientifiche, ma anche le competenze tecniche diffuse, contrastando così fenomeni di spopolamento e polarizzazione. La capacità istituzionale delle amministrazioni locali diventa qui determinante per governare il cambiamento ed evitare che le politiche per l’innovazione restino interventi frammentati e incapaci di generare effetti sistemici.
Dalla redistribuzione compensativa a posteriori si deve passare alla costruzione di capacità produttiva ex ante in ogni territorio
Per guidare questa trasformazione, è possibile adottare strumenti concettuali come la “meridiana dello sviluppo”, che permette di collocare gli interventi lungo le diverse fasi del processo innovativo, evitando salti o concentrazioni distorsive. Questo approccio richiede una programmazione unificata che superi la distinzione tra fondi per la ricerca e fondi per la coesione, puntando su missioni strategiche nazionali e regionali che abbiano criteri territoriali intelligenti. La logica deve evolvere: dalla redistribuzione compensativa a posteriori si deve passare alla costruzione di capacità produttiva ex ante in ogni territorio.
Investire nelle infrastrutture immateriali dell’innovazione – formazione, trasferimento tecnologico e reti collaborative – è l’unica via per rendere la resilienza tecnologica un fatto concreto e condiviso. Solo attraverso una governance multilivello solida e agile, capace di coinvolgere imprese, enti locali e cittadini, sarà possibile costruire quella fiducia necessaria affinché le grandi transizioni siano accettate e sostenute. In ultima analisi, l’indipendenza tecnologica dell’Europa non deve essere una risposta solo alle pressioni esterne dei giganti globali, ma un progetto interno di integrazione.
Il successo del modello europeo si misurerà quindi non solo nel raggiungimento del potenziale valore economico, ma soprattutto nella capacità di trasformare il deep tech in un volano di prosperità distribuita. Allineare la crescita tecnologica all’inclusione sociale significa passare da politiche settoriali a una visione di sistema, dove l’innovazione smette di essere un privilegio di pochi e diventa un patrimonio comune, capace di rafforzare la democrazia e la resilienza di ogni comunità dell’Unione. È in questa convergenza tra profondità tecnologica e visione politica che risiede la chiave per un futuro europeo che sia, allo stesso tempo, competitivo e unito.


Graziano Lorenzon, laureato in Scienze Politiche all’Università di Bologna, è direttore di Informest ed esperto di politiche europee, sviluppo territoriale e politica industriale. Già direttore del Servizio Rapporti internazionali e Partenariato territoriale della Regione Friuli Venezia Giulia, ha maturato una lunga esperienza nella programmazione dei fondi europei, nella cooperazione internazionale e nelle strategie di sviluppo regionale. Ha svolto attività di consulenza e docenza per istituzioni pubbliche, università e organismi europei ed è autore di numerose pubblicazioni sulle politiche dell’Unione europea, l’innovazione e lo sviluppo locale.

