l Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre si è concluso con un compromesso faticosamente raggiunto sul caro energia, senza tuttavia sciogliere le profonde divergenze tra gli Stati membri. Dopo un confronto che ha rischiato di bloccare l’approvazione delle conclusioni, i Ventisette hanno trovato una formulazione comune sul sistema europeo di scambio delle emissioni, ma senza assumere impegni concreti per una sua revisione.
La crisi energetica provocata dal conflitto in Medio Oriente e dalle tensioni nello stretto di Hormuz ha riportato al centro del dibattito europeo il rapporto tra costi dell’energia, competitività industriale e obiettivi climatici. Una questione particolarmente delicata per l’Unione, che negli ultimi anni ha progressivamente ridotto la dipendenza dalle forniture russe, ma continua a essere esposta alle oscillazioni dei mercati internazionali dei combustibili fossili.
Il vertice di Bruxelles ha confermato la difficoltà di elaborare una risposta comune. Alcuni governi chiedono interventi immediati sui prezzi e una revisione delle politiche climatiche; altri ritengono invece che proprio la transizione energetica rappresenti la strada per ridurre stabilmente la dipendenza dalle importazioni e contenere i costi nel lungo periodo.
Meloni guida il fronte dei sette Paesi contrari
Il confronto più acceso ha riguardato il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l’Emission Trading System (ETS), uno dei principali strumenti della politica climatica dell’Unione.
L’ETS attribuisce un costo alle emissioni di anidride carbonica, obbligando le imprese dei settori interessati ad acquistare quote corrispondenti alle emissioni prodotte. L’obiettivo è incentivare gli investimenti in tecnologie meno inquinanti e ridurre progressivamente il ricorso ai combustibili fossili. Il sistema attualmente operativo riguarda soprattutto la produzione elettrica e i grandi settori industriali. L’ETS2, invece, è destinato a estendere il meccanismo ai combustibili utilizzati negli edifici e nel trasporto stradale, con possibili ripercussioni sui prezzi finali sostenuti da famiglie e imprese.
Proprio su questo punto si è concentrata l’offensiva diplomatica italiana. Giorgia Meloni ha guidato un gruppo di sette Paesi — Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Grecia e Cipro — che ha inizialmente impedito il raggiungimento di un’intesa sulle conclusioni del Consiglio.
La convergenza è politicamente significativa. I quattro Paesi di Visegrád, pur non condividendo più un orientamento comune su numerosi dossier europei, si sono ritrovati sulla richiesta di ridurre il peso delle politiche climatiche sui costi energetici. Italia, Grecia e Cipro hanno affiancato questa posizione, insistendo sulla necessità di tutelare famiglie e imprese dagli aumenti.
La contestazione riguarda sia gli effetti dell’ETS esistente sui costi di produzione, sia quelli attesi dall’introduzione dell’ETS2. Per i governi più critici, il sistema rischia di aggravare le difficoltà competitive delle economie europee in una fase già segnata dall’aumento dei prezzi dell’energia.
La mediazione tedesca e i limiti del compromesso
L’accordo è arrivato soltanto dopo una lunga trattativa, grazie a una proposta di mediazione avanzata dalla Germania. La formulazione finale invita la Commissione europea ad aggiornare la valutazione degli effetti dell’ETS2, esaminandone il funzionamento e i meccanismi di salvaguardia. Non prevede tuttavia una sospensione generalizzata del sistema, né introduce un rinvio automatico della sua applicazione.
Non è stata neppure accolta esplicitamente la richiesta italiana di inserire nelle conclusioni un riferimento alle conseguenze economiche e sociali dell’ETS2. Analogamente, non sono stati assunti impegni concreti per introdurre deroghe temporanee al sistema attualmente in vigore.
Il risultato consente quindi ai governi critici di rivendicare l’apertura di un confronto sugli effetti economici della tariffazione delle emissioni, ma lascia sostanzialmente intatta l’architettura della politica climatica europea.
La distinzione è importante: il Consiglio non ha approvato una riforma dell’ETS, ma ha chiesto alla Commissione un ulteriore approfondimento. Qualsiasi modifica sostanziale richiederebbe successivi interventi normativi e il coinvolgimento delle istituzioni competenti. Il compromesso riflette anche la volontà di evitare che una crisi energetica contingente rimetta in discussione l’intero quadro regolatorio europeo, sul quale imprese e investitori hanno programmato interventi di lungo periodo.
Due visioni differenti della sicurezza energetica
Dietro lo scontro sull’ETS emergono differenze strutturali tra i sistemi energetici nazionali e tra le strategie economiche dei governi.
I Paesi nordici continuano a considerare la decarbonizzazione una priorità strategica. Anche Francia e Spagna, pur con sistemi produttivi molto differenti, difendono la necessità di mantenere un quadro normativo stabile, capace di orientare gli investimenti verso le fonti energetiche a basse emissioni.
La Francia beneficia dell’elevato contributo della produzione nucleare, mentre la Spagna ha sviluppato una quota crescente di generazione rinnovabile. L’Italia resta invece particolarmente esposta al prezzo del gas, che continua a esercitare un’influenza significativa sulla formazione dei prezzi dell’elettricità.
Il problema riguarda anche il funzionamento del mercato elettrico europeo. Nei mercati all’ingrosso il prezzo viene generalmente determinato dall’impianto marginale necessario a soddisfare la domanda. Quando questo impianto utilizza gas, l’aumento del combustibile può influenzare il prezzo riconosciuto anche all’energia prodotta da altre fonti.
A questa componente si aggiunge il costo delle quote di emissione, che incide sulla produzione elettrica da fonti fossili. Ma attribuire all’ETS l’intera responsabilità degli elevati prezzi dell’energia significherebbe trascurare il ruolo del gas, della struttura del mercato e delle differenze tra i sistemi produttivi nazionali.
Per i governi favorevoli a mantenere l’attuale impostazione, la risposta strutturale consiste nell’accelerare gli investimenti nelle rinnovabili, nelle reti elettriche, negli accumuli e nell’efficienza energetica. I Paesi più critici sottolineano invece che tali investimenti richiedono tempo, mentre famiglie e imprese devono affrontare immediatamente gli aumenti.
Bollette, la trattativa italiana con la Commissione
Accanto al confronto europeo sull’ETS, il governo italiano ha portato avanti un negoziato specifico con la Commissione sulle misure nazionali destinate a contenere il costo delle bollette.
L’intesa emersa il 16 ottobre riguarda il quadro entro il quale Roma potrà intervenire sul mercato energetico e sulle componenti dei prezzi, compresa l’ipotesi di un tetto al prezzo del gas. Restano invece esclusi interventi diretti sui costi dell’ETS, che continuano a essere disciplinati dalla normativa europea.
È una distinzione essenziale per valutare i risultati ottenuti dal governo: il confronto bilaterale con Bruxelles sulle bollette non equivale a una revisione del sistema europeo delle emissioni. Italia e Grecia avevano inoltre sollecitato maggiori margini di flessibilità fiscale per finanziare interventi di sostegno a famiglie e imprese.
La Commissione ha mantenuto una posizione prudente. Pur riconoscendo la necessità di misure temporanee e mirate, non intende aprire indiscriminatamente la strada a nuovi programmi straordinari di spesa pubblica.
Le condizioni finanziarie degli Stati membri sono infatti molto differenti. Concedere margini aggiuntivi senza considerare la situazione dei singoli bilanci potrebbe accentuare gli squilibri e alimentare tensioni sui mercati del debito sovrano.
Resta inoltre il problema della concorrenza all’interno del mercato unico. I Paesi con maggiori risorse pubbliche possono sostenere più facilmente le proprie imprese, mentre quelli fortemente indebitati dispongono di strumenti più limitati. Un ricorso esteso agli aiuti nazionali rischia quindi di ampliare le disparità economiche tra gli Stati membri.
La crisi di Hormuz e il problema delle dipendenze energetiche
Il confronto sui prezzi si inserisce in un contesto internazionale particolarmente instabile.
Le tensioni nello stretto di Hormuz, uno dei principali passaggi strategici per il commercio mondiale di petrolio, hanno aggravato la volatilità dei mercati energetici, mentre la guerra in Ucraina continua a condizionare le relazioni economiche tra Europa e Russia. Dopo l’invasione russa del 2022, l’Unione ha diversificato le proprie forniture, aumentato il ricorso al gas naturale liquefatto e accelerato gli investimenti nelle fonti rinnovabili. Questa trasformazione ha ridotto la dipendenza diretta da Mosca, ma non ha eliminato l’esposizione alle oscillazioni dei mercati internazionali.
Il quadro è reso ancora più complesso dalle scelte degli Stati Uniti. L’intesa raggiunta da Donald Trump con Vladimir Putin sul diesel russo introduce un ulteriore elemento di incertezza nella strategia occidentale di pressione economica su Mosca.
Per l’Unione europea si pone quindi una duplice questione: garantire approvvigionamenti energetici a costi sostenibili e, contemporaneamente, evitare che le proprie scelte commerciali contribuiscano a rafforzare economicamente un Paese sottoposto a sanzioni per l’aggressione all’Ucraina. Il rapporto tra sicurezza energetica e politica estera diventa così sempre più stretto. La diversificazione delle forniture non è soltanto una scelta economica, ma una componente della capacità europea di agire autonomamente nello scenario internazionale.
Il bilancio 2028-2034: un’altra divisione tra i governi
Alle divergenze sull’energia si aggiungono quelle sul prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Unione, relativo al periodo 2028-2034. Il negoziato è entrato in una fase delicata, con posizioni ancora distanti sia sulle dimensioni complessive del bilancio sia sulla distribuzione delle risorse.
Da una parte si collocano i cosiddetti amici della coesione, un gruppo di diciassette Stati che comprende Italia, Spagna e Polonia, interessati a preservare il finanziamento delle politiche agricole e regionali. Dall’altra i Paesi tradizionalmente più attenti al contenimento della spesa europea, tra cui Germania, Paesi Bassi e diversi governi nordici.
La contrapposizione riguarda anche le nuove priorità dell’Unione. Difesa, competitività industriale, innovazione tecnologica e sicurezza energetica richiedono risorse crescenti, ma i governi non concordano su come finanziarle né su quali programmi debbano essere ridimensionati.
La proposta di compromesso che prevedeva riduzioni nell’ordine dell’8% per alcune voci di spesa non ha ottenuto il consenso necessario. Anche l’ipotesi di introdurre nuove risorse proprie dell’Unione, capaci di alimentare direttamente il bilancio europeo, incontra resistenze significative.
Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, punta a raggiungere un accordo entro la fine del 2026, per consentire l’avvio tempestivo dei programmi del nuovo ciclo finanziario. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha tuttavia riconosciuto la difficoltà del negoziato, prospettando la possibilità di una lunga trattativa al Consiglio di dicembre.
Competitività industriale e futuro delle politiche comuni
Il negoziato sul bilancio ha una dimensione politica che supera la semplice distribuzione delle risorse. Un bilancio europeo più ampio e dotato di strumenti finanziari comuni rafforzerebbe la capacità dell’Unione di intervenire nei settori strategici, riducendo almeno in parte la dipendenza dalle disponibilità finanziarie dei singoli Stati.
Al contrario, un’impostazione fondata prevalentemente sulle risorse nazionali lascerebbe ai governi maggiori margini di autonomia, ma renderebbe più difficile affrontare con strumenti condivisi problemi che interessano l’intero mercato europeo.
La discussione si intreccia con quella sulla politica industriale. Il presidente francese Emmanuel Macron continua a sostenere la necessità di una preferenza europea, volta a favorire le produzioni e le tecnologie del continente negli investimenti strategici. Una prospettiva che si confronta con le posizioni dei governi più favorevoli alla liberalizzazione degli scambi e con le critiche delle forze nazionaliste, contrarie a un ulteriore rafforzamento delle competenze e delle risorse finanziarie delle istituzioni europee.
Il dibattito assume particolare rilievo anche in vista delle elezioni presidenziali francesi del 2027, che potrebbero modificare gli equilibri politici all’interno dell’Unione.
Un compromesso che rinvia le decisioni più difficili
Il Consiglio europeo di ottobre ha mostrato quanto sia difficile elaborare risposte comuni quando le conseguenze di una crisi sono distribuite in modo diseguale tra gli Stati membri.
Sul caro energia, il compromesso raggiunto ha evitato una rottura politica e consentito l’approvazione delle conclusioni, ma non ha introdotto le modifiche all’ETS richieste dall’Italia e dagli altri sei Paesi. Le misure per contenere i prezzi restano affidate in larga parte alle iniziative nazionali e ai successivi approfondimenti della Commissione.
Sul bilancio pluriennale, le divergenze sono altrettanto profonde. La richiesta di rafforzare la competitività industriale e l’autonomia strategica europea si confronta con la riluttanza di numerosi governi ad aumentare le risorse comuni.
I due negoziati mettono in evidenza lo stesso problema: la distanza tra obiettivi condivisi a livello europeo e disponibilità degli Stati a sostenerli con strumenti finanziari e decisioni comuni.
La crisi energetica ha reso questa contraddizione particolarmente evidente. L’Unione intende ridurre le proprie dipendenze strategiche, accelerare la transizione ecologica e rafforzare l’industria, ma continua a dividersi sui costi, sui tempi e sulle responsabilità necessarie per realizzare questi obiettivi.

