Karpacz, la politica di coesione al bivio tra centralizzazione e ruolo delle regioni

Al Forum economico di Karpacz il confronto sul futuro dei fondi europei: i Paesi frugali chiedono tagli, mentre gli “amici della Coesione” difendono risorse e ruolo dei territori.

Al Forum Economico polacco il confronto sul futuro dei fondi europei dopo il 2027. Mentre Bruxelles ridisegna il bilancio dell’Unione, regioni e territori temono che la semplificazione si traduca in una progressiva nazionalizzazione della politica di coesione.

Il futuro della politica di coesione europea è stato uno dei temi al centro della 35ª edizione del Forum Economico di Karpacz, che dall’8 al 10 settembre ha riunito in Polonia oltre seimila partecipanti tra rappresentanti delle istituzioni, imprese, amministratori, esperti e accademici. Una sorta di “Davos dell’Est”, con più di 500 appuntamenti dedicati alle trasformazioni economiche e geopolitiche che stanno investendo l’Europa.

Il titolo scelto per l’edizione 2026, “L’Architettura del Nuovo Ordine – Stabilità in Tempi di Cambiamento”, rifletteva un’agenda dominata dalla guerra in Ucraina, dalla sicurezza economica ed energetica, dalla competitività industriale, dalla trasformazione tecnologica e dalla ridefinizione delle catene globali del valore. Ma proprio in questo scenario il destino della politica di coesione assume un significato che va oltre la semplice distribuzione dei fondi europei: riguarda il rapporto tra Unione, Stati e territori e il modello attraverso il quale l’Ue intende finanziare il proprio sviluppo nel prossimo decennio.

Il tema è stato affrontato direttamente l’8 settembre nel Regions Forum, con un panel significativamente intitolato “The Future of Cohesion Policy – Centralization or Multilevel Governance?”. Il confronto arriva mentre è in corso il negoziato sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 e sull’architettura che dovrà sostituire l’attuale sistema di programmazione dei fondi europei.

La questione più controversa riguarda il tentativo di semplificare una struttura oggi articolata in circa 540 programmi, facendo confluire una parte rilevante degli strumenti europei in 27 Piani di partenariato nazionali e regionali, uno per ciascuno Stato membro. Il modello prevede inoltre un legame più stretto tra l’erogazione delle risorse e il raggiungimento di obiettivi e riforme concordati, secondo una logica che risente dell’esperienza maturata con i Piani nazionali di ripresa e resilienza.

È proprio questo passaggio a suscitare le maggiori preoccupazioni. La politica di coesione è nata infatti come una politica territoriale fondata sulla governance multilivello, nella quale regioni e amministrazioni locali partecipano alla definizione delle priorità, alla programmazione e all’attuazione degli interventi. Spostare il baricentro verso grandi piani nazionali rischia di rafforzare il ruolo dei governi centrali e di ridurre quello delle realtà territoriali.

«Centralizzare le procedure, non le decisioni: la semplificazione non deve ridurre il ruolo dei territori.»

Il Parlamento europeo ha contestato l’impostazione originaria della Commissione chiedendo di preservare fondi distinti e chiaramente destinati alla coesione, alla politica agricola comune, alla pesca e al Fondo sociale europeo. Anche il Consiglio ha corretto parzialmente il modello iniziale, mantenendo i Piani di partenariato come quadro strategico generale ma reintroducendo fondi e regolamenti autonomi per il Fondo europeo di sviluppo regionale, il Fondo di coesione e Interreg. Quest’ultimo conserva una particolare rilevanza proprio perché la cooperazione transfrontaliera difficilmente può essere ricondotta alla logica di una programmazione esclusivamente nazionale.

Il confronto di Karpacz ha messo così in evidenza una distinzione decisiva: semplificare la gestione dei fondi non significa necessariamente centralizzarne le scelte. Una maggiore uniformità delle procedure, dei sistemi di rendicontazione, del monitoraggio e dei controlli può ridurre gli oneri amministrativi senza trasferire ai governi nazionali decisioni che riguardano direttamente lo sviluppo dei territori. È su questo equilibrio tra efficienza amministrativa e governance territoriale che si gioca una parte importante della riforma post-2027.

Dietro la discussione sull’architettura dei fondi resta però una questione ancora più difficile: quante risorse l’Unione sarà disposta a destinare alla coesione. Parlamento e Consiglio si stanno avvicinando al negoziato sulla struttura del nuovo bilancio, ma tra i governi rimane una forte divisione sulla sua dimensione complessiva.

Il Parlamento europeo chiede 274,34 miliardi di euro, a prezzi 2025, per i fondi strutturali e di investimento della coesione: 222 miliardi per il Fondo europeo di sviluppo regionale, 42 miliardi per il Fondo di coesione e 10,34 miliardi per Interreg. Il Consiglio non ha invece ancora definito una posizione condivisa sull’ammontare delle risorse.

Lo scontro attraversa direttamente gli Stati membri. Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Svezia e Austria si oppongono a un forte aumento del bilancio europeo e chiedono una riduzione della proposta della Commissione. Sul fronte opposto si collocano i cosiddetti “amici della Coesione”, un gruppo di 16 Paesi che comprende Italia, Polonia, Spagna, Portogallo, Grecia e gran parte degli Stati dell’Europa centrale e orientale, favorevoli a preservare maggiori risorse per coesione e agricoltura.

Due fronti contrapposti: sei “Frugali” chiedono tagli, i sedici “amici della Coesione” difendono le risorse

Non sorprende che questo confronto abbia trovato a Karpacz un luogo particolarmente significativo. La Polonia è uno dei Paesi nei quali i fondi europei hanno avuto l’impatto più visibile sullo sviluppo infrastrutturale e territoriale e appartiene al gruppo di Stati che considera la coesione non come una voce residuale del bilancio, ma come uno degli strumenti attraverso i quali il mercato unico può ridurre le distanze economiche e sociali tra le diverse aree dell’Unione.

La discussione assume ancora maggiore peso nel momento in cui l’Ue deve finanziare contemporaneamente nuove priorità: difesa e sicurezza, sostegno all’Ucraina, competitività industriale, transizione energetica e digitale. La pressione sul prossimo bilancio europeo cresce proprio mentre i governi sono chiamati a decidere se aumentare le risorse comuni oppure redistribuire quelle disponibili, con il rischio che le politiche tradizionali – coesione e agricoltura in primo luogo – paghino il costo delle nuove esigenze.

Il negoziato sul bilancio 2028-2034 diventa così anche un confronto sulla natura stessa dell’integrazione europea. Una politica di coesione affidata sempre più ai governi nazionali e compressa finanziariamente avrebbe conseguenze molto diverse da un sistema nel quale regioni, città e territori continuano a essere protagonisti della programmazione europea.

Da Karpacz arriva soprattutto questo interrogativo: la necessaria semplificazione dei fondi europei servirà a rendere più efficace una politica costruita sui territori oppure diventerà il veicolo per riportarne progressivamente la gestione nelle capitali nazionali? La risposta dipenderà dal compromesso che Parlamento, Commissione e governi riusciranno a costruire nei prossimi mesi. E, ancora prima, dalla disponibilità degli Stati membri a mettere nel prossimo bilancio comune risorse sufficienti a mantenere la coesione tra le grandi priorità dell’Unione.