L’Islanda non riaprirà i negoziati per entrare nell’Unione europea. Al referendum del 29 agosto il No ha ottenuto il 52,8% dei voti contro il 47,2% del Sì, con una differenza di quasi 13 mila preferenze. Hanno votato 225 mila persone su circa 270 mila aventi diritto e l’affluenza ha raggiunto l’82,5%, la più alta registrata nel Paese dal 2009.
È importante chiarire subito che gli islandesi non erano chiamati a decidere sull’ingresso nell’UE. Il quesito riguardava esclusivamente la ripresa dei negoziati di adesione, iniziati nel 2010 e successivamente interrotti. Se avesse vinto il Sì, Reykjavík avrebbe riaperto la trattativa con Bruxelles per conoscere le condizioni di un’eventuale adesione. Solo al termine dei negoziati l’accordo sarebbe stato sottoposto a un secondo referendum.
La maggioranza degli islandesi ha dunque deciso di non arrivare neppure a quel punto.
Il voto ha mostrato innanzitutto una forte divisione territoriale. Il Sì ha prevalso soltanto nelle due circoscrizioni della capitale: a Reykjavík Nord ha raggiunto il 57,5%, a Reykjavík Sud il 54,5%. Nel Nord-Ovest, nel Nord-Est e nel Sud il No ha invece superato il 60%. Una geografia elettorale che riflette almeno in parte la struttura economica del Paese: lontano dalla capitale aumentano il peso della pesca e dell’agricoltura e, con esso, il timore che l’ingresso nell’UE possa ridurre il controllo nazionale su due settori considerati non soltanto economicamente importanti, ma parte integrante dell’identità islandese.
La pesca è stata inevitabilmente al centro della campagna. Rappresenta quasi il 40% delle esportazioni del Paese e, considerando anche gli effetti indiretti, contribuisce in misura rilevante alla sua economia. Entrare nell’Unione significherebbe negoziare l’inserimento dell’Islanda nella politica comune della pesca, con le sue regole sulla gestione delle risorse, sulle quote e sull’accesso alle acque.
Il governo aveva promesso di chiedere a Bruxelles il mantenimento della piena autorità islandese sul proprio sistema di gestione della pesca. Anche la Commissione aveva cercato di rassicurare Reykjavík: il commissario europeo Costas Kadis aveva aperto alla possibilità di soluzioni flessibili e la commissaria all’Allargamento Marta Kos aveva parlato della necessità di tenere conto delle specificità islandesi in materia di pesca e agricoltura.
Ma era proprio questo il punto del referendum: nessuno poteva sapere quali concessioni l’Islanda sarebbe riuscita effettivamente a ottenere perché i negoziati dovevano ancora cominciare. Il fronte del Sì aveva trasformato questa incertezza nel proprio principale argomento, riassunto nello slogan “Sì per vedere”: aprire la trattativa, conoscere ciò che Bruxelles era disposta a concedere e soltanto dopo decidere.
Ma era proprio questo il punto del referendum: nessuno poteva sapere quali concessioni l’Islanda sarebbe riuscita effettivamente a ottenere sulla pesca perché i negoziati dovevano ancora cominciare
Il fronte del No ha fatto l’operazione opposta, trasformando l’incertezza in un rischio: perché mettere sul tavolo qualcosa che oggi l’Islanda controlla autonomamente senza sapere che cosa otterrà in cambio?
La stessa logica vale per l’agricoltura. Il 14 agosto l’associazione degli agricoltori islandesi si era espressa per il 95% contro la ripresa dei negoziati, sostenendo che fosse nell’interesse del settore restare fuori dalla politica agricola comune. Anche qui il timore riguardava meno l’Europa in quanto tale che la possibilità di trasferire a Bruxelles competenze considerate particolarmente sensibili per una piccola economia insulare.
Il tema delle risorse naturali ha finito per comprendere persino la caccia alle balene. Economicamente è ormai un’attività marginale: l’Islanda è uno dei soli tre Paesi al mondo, insieme a Norvegia e Giappone, che consentono ancora la caccia commerciale, e la Hvalur hf. di Kristján Loftsson è rimasta l’unica impresa islandese a praticarla. Secondo un rapporto governativo citato da Politico, tra il 2011 e il 2021 le attività baleniere della società hanno prodotto perdite per circa 3 miliardi di corone islandesi, equivalenti a circa 21 milioni di euro. Eppure anche le balene sono diventate un simbolo della contesa. L’applicazione della normativa europea sulla protezione dei cetacei renderebbe sostanzialmente incompatibile la prosecuzione della caccia commerciale. Loftsson, 83 anni e una vita trascorsa nell’industria baleniera, ha definito l’UE una versione “soft” del sistema sovietico.
La caccia alle balene conta poco nell’economia islandese. Ma proprio per questo è significativa: mostra come il referendum sia stato progressivamente trasformato in una discussione su chi debba avere l’ultima parola sulle risorse dell’isola. Pesci, balene, terreni agricoli: dietro questioni diversissime si è imposto lo stesso concetto, quello della sovranità.
È però proprio su questo terreno che emerge una delle interpretazioni più controverse del risultato. La difesa delle risorse nazionali può essere letta come tutela di un interesse collettivo, ma secondo i critici del sistema islandese coincide anche con la protezione di interessi economici molto concentrati.

L’economista Thorvaldur Gylfason ha parlato dei grandi operatori della pesca come dei “baroni del mare”, sostenendo che la retorica della sovranità sulle risorse abbia consentito di presentare come interesse nazionale anche la difesa di un sistema delle quote che nel tempo ha concentrato una parte rilevante dei diritti di sfruttamento nelle mani di pochi soggetti. È una lettura contestata, ma aiuta a spiegare perché il ruolo dell’industria della pesca nella campagna sia diventato esso stesso materia di scontro politico.
Il voto, tuttavia, non può essere spiegato soltanto attraverso gli interessi economici delle campagne e delle comunità costiere. Il fronte del No è stato politicamente molto più eterogeneo.
La vittoria è certamente un successo dell’Independence Party e delle forze conservatrici e populiste contrarie all’adesione, ma il No ha raccolto consensi anche a sinistra. Particolarmente significativo è stato il ritorno sulla scena dell’ex prima ministra Katrín Jakobsdóttir, già leader della Sinistra-Verde e alla guida del governo dal 2017 al 2024. Negli ultimi giorni della campagna Jakobsdóttir è salita sul palco dei sostenitori del No insieme agli esponenti delle destre, ribadendo pubblicamente la propria opposizione alla riapertura dei negoziati.
La Sinistra-Verde non si è presentata compatta: la nuova leadership era favorevole al Sì, mentre una parte consistente del vecchio apparato rimaneva contraria. Il Partito socialista, particolarmente radicato a Reykjavík, ha fatto campagna per il No. Ancora più singolare è stata la convergenza tra organizzazioni giovanili politicamente molto distanti, con settori della sinistra e giovani conservatori accomunati dall’opposizione alla ripresa dei negoziati.
Ed è proprio il voto dei giovani uno degli aspetti più interessanti emersi dopo il referendum. Secondo la ricostruzione del Manifesto, tra gli elettori sotto i trent’anni il No avrebbe ottenuto la maggioranza. Per una parte dei giovani di sinistra, alle tradizionali riserve sulla sovranità si è aggiunta l’opposizione al riarmo europeo e alla prospettiva di una maggiore integrazione militare.
Nella campagna sui social è circolata anche la paura di una futura “leva per l’esercito di Bruxelles”. È necessario distinguere nettamente la percezione politica dalla realtà istituzionale: l’Unione europea non dispone di un esercito comune e non esiste alcuna leva militare europea obbligatoria. La paura ha tuttavia trovato spazio nella campagna, soprattutto in un Paese che non possiede proprie forze armate.
L’argomento è significativo proprio perché mostra come il No sia riuscito a saldare timori molto diversi. Per una parte della destra Bruxelles minacciava la sovranità nazionale; per una parte della sinistra rappresentava invece il rischio di un’Europa più militarizzata. A questi si aggiungevano le preoccupazioni per l’immigrazione di manodopera a basso costo, il turismo, le infrastrutture e una rappresentazione dell’UE come grande potenza capace di imporre le proprie priorità a una nazione di meno di 400 mila abitanti.
La campagna del Sì non è riuscita a contrapporre a questa pluralità di paure una prospettiva altrettanto mobilitante. Anche il governo ha mantenuto un atteggiamento prudente. La prima ministra socialdemocratica Kristrún Frostadóttir sosteneva la riapertura dei negoziati, ma la sua coalizione comprende anche forze meno entusiaste dell’adesione e l’esecutivo ha evitato di trasformare il referendum in un voto sulla propria sopravvivenza.
Dopo la vittoria del No Frostadóttir ha sottolineato soprattutto l’eccezionale partecipazione popolare, presentando il referendum come un successo democratico e annunciando che il governo avrebbe rispettato il risultato. Ha poi tratto una conclusione politica molto precisa: gli islandesi sono evidentemente soddisfatti dell’attuale rapporto con l’Unione attraverso lo Spazio economico europeo.

Ed è probabilmente qui che si trova la spiegazione più profonda del risultato. L’Islanda non è un Paese ai margini dell’Europa. Fa parte dello Spazio economico europeo insieme a Norvegia e Liechtenstein, partecipa al mercato unico ed è dentro Schengen. I cittadini islandesi beneficiano della libera circolazione e il Paese applica una parte consistente della normativa necessaria al funzionamento del mercato europeo.
Pesca e agricoltura, però, non rientrano nell’accordo sullo Spazio economico europeo: l’Islanda può quindi partecipare al mercato unico mantenendo un’ampia autonomia proprio nei due settori che più hanno pesato nel referendum.
È un compromesso con un evidente costo politico. L’Islanda recepisce molte regole europee senza avere ministri nel Consiglio dell’UE, commissari nella Commissione o deputati nel Parlamento europeo quando quelle regole vengono decise. Per gli europeisti era uno degli argomenti più forti: l’Islanda è già così integrata da subire parte delle decisioni comunitarie senza partecipare pienamente alla loro formazione. Ma la maggioranza ha effettuato un calcolo differente. Il potere aggiuntivo che deriverebbe dal sedere nelle istituzioni europee è apparso meno importante dell’autonomia che il Paese conserva rimanendo fuori.
La storia aiuta a comprendere questa sensibilità. L’Islanda ottenne definitivamente l’indipendenza dalla Danimarca nel 1944, dopo un lungo percorso di emancipazione. L’ex presidente Ólafur Ragnar Grímsson, uno dei più autorevoli oppositori dell’adesione, ha ricordato proprio questa esperienza sostenendo che dopo aver combattuto per un secolo per conquistare la piena indipendenza gli islandesi sono comprensibilmente riluttanti a tornare a condividere parti della propria sovranità.
Anche la pesca ha una dimensione storica che supera largamente il suo valore economico. Tra gli anni Cinquanta e Settanta l’Islanda affrontò il Regno Unito nelle cosiddette “guerre del merluzzo” per estendere il controllo sulle proprie zone di pesca. Reykjavík vinse quello scontro contro una potenza enormemente più grande. Il controllo del mare è così entrato nella stessa narrazione dell’indipendenza nazionale.
Questa specificità rende fuorviante interpretare il risultato semplicemente attraverso le categorie dell’euroscetticismo continentale. Marine Le Pen, Nigel Farage, Matteo Salvini e altre figure della destra sovranista europea hanno celebrato il risultato. Ma gli islandesi non hanno votato per uscire dall’architettura europea. Hanno votato per conservarne una forma particolare.
La differenza con la Brexit è fondamentale. Il Regno Unito decise di abbandonare l’Unione e con essa il mercato unico e la libera circolazione. L’Islanda ha deciso di continuare a partecipare al mercato unico, a Schengen e allo Spazio economico europeo senza diventare membro dell’UE.
Per questo il risultato può essere letto anche come la dimostrazione del successo di un modello di integrazione europea a geometria variabile. L’Unione è riuscita a costruire intorno a sé uno spazio economico e normativo talmente ampio che un Paese può essere profondamente europeo senza appartenere alle sue istituzioni politiche.
Ma ciò che costituisce un vantaggio per Reykjavík può diventare un problema per Bruxelles. L’Islanda riceve infatti molti dei benefici dell’integrazione senza dover accettare alcuni dei compromessi politicamente più difficili dell’adesione. Per convincere gli islandesi a cambiare questo equilibrio, l’UE avrebbe dovuto dimostrare che la partecipazione piena avrebbe offerto qualcosa di sufficientemente importante da compensare ciò che il Paese avrebbe dovuto mettere sul tavolo. Il risultato dice che, per il 52,8% degli elettori, quel qualcosa non è stato individuato.
La situazione era molto diversa nel 2009, quando Reykjavík presentò la domanda di adesione. L’Islanda era stata travolta dalla crisi finanziaria: erano crollate le principali banche, la corona aveva subito fortissime pressioni e la disoccupazione era rapidamente aumentata. In quel contesto l’Unione e la prospettiva dell’euro rappresentavano un possibile ancoraggio economico e monetario.
I negoziati iniziarono nel 2010. Quando furono sospesi erano stati raggiunti accordi su 11 dei 35 capitoli negoziali, mentre proprio le questioni più difficili, pesca e agricoltura, non erano ancora state affrontate. Nel frattempo l’economia islandese si è ripresa. E nel 2026 il Paese non si trova nella condizione di emergenza del 2009. Questo ha profondamente modificato il rapporto costi-benefici dell’adesione.
L’economia è rimasta comunque un argomento importante del fronte europeista. L’Islanda continua a convivere con una moneta relativamente volatile, inflazione e tassi d’interesse elevati: al momento del referendum il tasso della banca centrale islandese era all’8%, contro il 2,25% della BCE. I sostenitori del Sì vedevano nell’integrazione europea e nella possibile futura adozione dell’euro una strada verso una maggiore stabilità monetaria e finanziaria.
Gli oppositori hanno ribaltato anche questo argomento. I problemi islandesi, ha sostenuto la leader conservatrice Guðrún Hafsteinsdóttir, non sono problemi che Bruxelles possa risolvere al posto della politica nazionale. E una parte consistente dell’economia islandese non vedeva comunque nell’adesione una necessità: prima del voto, un sondaggio tra le imprese aveva mostrato una maggioranza contraria, mentre nel settore della pesca l’opposizione era ancora più forte.
Ma il referendum del 2026 aveva assunto un significato diverso da quello economico che dominava nel 2009. Questa volta al centro c’era anche la sicurezza.La guerra russa contro l’Ucraina, la competizione nell’Artico, le tensioni commerciali e soprattutto il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca avevano offerto al fronte europeista un argomento che pochi anni prima avrebbe avuto un peso molto minore.
Le ripetute minacce di Trump sulla Groenlandia hanno avuto una particolare risonanza in Islanda, anche perché il presidente americano ha più volte confuso pubblicamente Groenlandia e Islanda. L’incertezza sull’impegno americano nella NATO rende inoltre più delicata la posizione di un Paese che appartiene all’Alleanza atlantica ma non possiede un esercito proprio.
Per Bruxelles sembrava la dimostrazione perfetta dell’utilità dell’integrazione europea nel nuovo contesto internazionale: un piccolo Stato, in un’area strategica sempre più contesa, avrebbe potuto aumentare la propria sicurezza entrando in una comunità politica di 450 milioni di cittadini. La stessa commissaria all’Allargamento Marta Kos aveva esplicitamente attribuito al referendum un significato che andava oltre l’Islanda, sostenendo che una ripresa dei negoziati avrebbe confermato la crescente attrattività dell’UE in un mondo in rapido cambiamento. È avvenuto il contrario.
Ed è questa la ragione per cui il risultato rappresenta una sconfitta politica per Bruxelles anche se l’Islanda ha meno di 400 mila abitanti e il suo eventuale ingresso avrebbe inciso pochissimo sul peso economico complessivo dell’Unione.
Negli ultimi anni l’UE ha costruito una parte importante della propria narrazione internazionale sull’idea che il ritorno della politica di potenza renda l’integrazione europea più necessaria. L’aggressione russa all’Ucraina ha spinto Finlandia e Svezia nella NATO e rilanciato l’allargamento europeo verso Ucraina, Moldova e Balcani occidentali. Le pressioni americane e cinesi avrebbero dovuto rendere ancora più evidente il vantaggio della forza collettiva rispetto alla vulnerabilità dei singoli Stati.
Il voto islandese mostra i limiti di questa argomentazione. La sicurezza può essere un incentivo potentissimo per Stati come Ucraina, Moldova o Montenegro, che vedono nell’adesione un cambiamento radicale della propria collocazione politica ed economica. Lo è molto meno per Paesi ricchi, stabili e già integrati come Islanda, Norvegia e Svizzera.
L’Islanda è inoltre membro fondatore della NATO e dispone dal 1951 di un accordo bilaterale di difesa con gli Stati Uniti. Grímsson ha sostenuto che non esista alcuna prova che l’amministrazione Trump intenda indebolire quell’accordo. Per molti elettori, dunque, l’ingresso nell’UE non è apparso indispensabile neppure sul terreno che avrebbe dovuto rappresentare la grande novità del referendum del 2026.
Il risultato ha così prodotto un effetto simbolico superiore alle dimensioni del Paese. Una vittoria del Sì avrebbe permesso a Bruxelles di presentare il ritorno dell’Islanda al tavolo negoziale come un segnale della rinnovata capacità di attrazione dell’Unione. Avrebbe inoltre potuto alimentare il dibattito in Norvegia, dove negli ultimi mesi erano tornate a emergere aperture verso una possibile adesione.
La vittoria del No ha fatto esattamente l’opposto. Le destre euroscettiche europee l’hanno immediatamente utilizzata come dimostrazione della perdita di attrattività dell’UE, mentre per i Paesi candidati è venuto meno un possibile segnale politico favorevole a una nuova stagione dell’allargamento.
Non significa che l’allargamento sia entrato in crisi. Le motivazioni che spingono l’Ucraina o la Moldova verso l’UE sono profondamente diverse da quelle che potrebbero spingere l’Islanda. Ma proprio questa differenza rivela un limite della capacità di attrazione europea: Bruxelles continua a esercitare una forza molto grande su chi aspira a entrare nel suo spazio economico, politico e di sicurezza; incontra molte più difficoltà quando deve convincere chi è già ricco, democratico, occidentale e largamente integrato che l’adesione piena valga ulteriori trasferimenti di sovranità.
Il referendum islandese è quindi contemporaneamente meno e più di un voto contro l’Europa. È meno, perché l’Islanda non vuole allontanarsi dall’Europa. Resterà nel mercato unico, nello Spazio economico europeo e in Schengen, continuerà a recepire una parte importante della legislazione comunitaria e manterrà strettissimi rapporti politici ed economici con i Ventisette. Ma è anche più significativo di quanto suggerisca la dimensione del Paese, perché gli islandesi non hanno respinto un trattato di adesione ritenuto insoddisfacente. Hanno respinto la possibilità stessa di scoprire quali condizioni avrebbero potuto ottenere.
Pesca e agricoltura hanno avuto un peso decisivo. Le grandi compagnie del settore hanno difeso i propri interessi. La destra ha mobilitato il tema della sovranità. Una parte della sinistra ha aggiunto l’opposizione al riarmo e alla crescente integrazione europea. Tra i giovani hanno circolato timori, anche infondati, sulla possibilità di una futura leva militare europea. La campagna del Sì è apparsa prudente e poco capace di trasformare il semplice “vediamo che cosa possiamo ottenere” in una prospettiva politica mobilitante. E sopra tutto questo ha agito una convinzione molto semplice: l’assetto attuale funziona abbastanza bene da non rendere necessario cambiarlo.
Per Bruxelles è forse questo il dato più scomodo. L’Unione non è stata respinta perché gli islandesi non ne apprezzino i vantaggi. Molti di quei vantaggi li possiedono già. Il problema è che non hanno considerato sufficientemente desiderabili quelli aggiuntivi che deriverebbero dall’adesione piena.
La formula utilizzata dall’eurodeputato finlandese Mika Aaltola sintetizza bene il risultato: una nazione ha valutato ciò che l’appartenenza all’UE avrebbe aggiunto a quello che già possiede e ha risposto “non abbastanza”.
L’Islanda ha valutato ciò che l’appartenenza all’UE avrebbe aggiunto a quello che già possiede e ha risposto “non abbastanza”.
Il 29 agosto non è nata una nuova Brexit e l’Islanda non ha imboccato una strada di disimpegno dall’Europa. È successo qualcosa di politicamente più sottile. In un momento nel quale Bruxelles presenta l’Unione come la risposta europea a un mondo dominato sempre più dalla forza di Trump, Putin e delle grandi potenze, una piccola democrazia occidentale, prospera e profondamente integrata ha deciso che mercato unico, Schengen, NATO e autonomia nazionale costituiscono ancora una combinazione preferibile all’appartenenza piena all’UE.
Per l’Islanda significa conservare lo status quo. Per l’Unione significa prendere atto che essere indispensabile all’Europa non equivale necessariamente, agli occhi degli europei, a rendere irresistibile l’adesione alle sue istituzioni.

