La morte di Ratko Mladić riapre una delle ferite più profonde della storia recente dei Balcani e provoca un nuovo scontro tra la Serbia e l’Unione europea. Belgrado ha infatti annunciato che all’ex comandante delle forze serbo-bosniache, morto all’Aia mentre scontava l’ergastolo, saranno tributati i massimi onori militari e di Stato. Una decisione che ha immediatamente provocato la reazione di Bruxelles, riportando al centro anche il controverso percorso di adesione della Serbia all’UE.
«La Commissione europea ritiene che qualsiasi glorificazione dei criminali di guerra sia in contraddizione con i valori europei più fondamentali e non abbia posto nell’UE o nei Paesi candidati all’adesione», ha dichiarato un portavoce dell’esecutivo comunitario. Bruxelles ha ricordato che Mladić «stava scontando l’ergastolo per crimini contro l’umanità e per il genocidio di Srebrenica» e che «era un criminale di guerra».
Mladić era stato condannato all’ergastolo nel 2017 dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. La sentenza era stata confermata definitivamente in appello nel 2021 dal Meccanismo internazionale residuale per i tribunali penali. Tra i crimini per i quali era stato riconosciuto responsabile figura il genocidio di Srebrenica del luglio 1995, nel quale furono uccisi oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi.
Il governo serbo ha però scelto una strada molto diversa. Il ministro della Giustizia Nenad Vujić ha annunciato che la salma sarà trasferita in Serbia con un aereo speciale e ha assicurato che a Mladić saranno riservati gli onori previsti per un generale. Sarà la famiglia a decidere il luogo della sepoltura. Lo stesso Vujić ha inoltre annunciato l’intenzione di chiedere chiarimenti all’Aia sulle cause della morte e sulle cure ricevute dall’ex comandante durante la detenzione.
A rafforzare il significato politico della scelta è intervenuto il presidente serbo Aleksandar Vučić, secondo il quale il Tribunale dell’Aia avrebbe voluto che Mladić morisse in carcere, impedendogli di trascorrere gli ultimi giorni in Serbia. Il presidente ha inoltre accusato la giustizia internazionale di aver riservato un trattamento differente a criminali di guerra responsabili di atrocità contro i serbi.
La morte dell’ex generale ha così fatto riaffiorare divisioni mai completamente superate sulla memoria delle guerre jugoslave. In diverse città serbe sono comparsi striscioni, graffiti e messaggi in suo onore. A Belgrado un grande striscione con l’immagine di Mladić in uniforme è stato accompagnato dalla scritta «Dalla tua lotta vive la nostra libertà». Anche esponenti politici della Republika Srpska, compreso Milorad Dodik, hanno celebrato la figura dell’ex comandante.
Ma la Serbia non è compatta. Una parte del movimento studentesco protagonista delle proteste contro il governo e alcune forze dell’opposizione hanno condannato apertamente la celebrazione di Mladić. A Novi Sad alcuni attivisti hanno rimosso manifesti e striscioni dedicati all’ex generale. Il Partito Democratico ha ricordato che la morte di una persona non modifica i fatti accertati dai tribunali internazionali né cancella la responsabilità per i crimini commessi.
La vicenda ha inevitabilmente superato i confini serbi. Dalla Bosnia-Erzegovina sono arrivate durissime condanne, mentre il ministro della Difesa croato Ivan Anušić ha accusato Belgrado di tornare alla politica degli anni Novanta e ha collegato la celebrazione di Mladić alle preoccupazioni di Zagabria per il riarmo serbo. Di segno opposto la posizione di Mosca: le autorità russe hanno espresso le proprie condoglianze alla famiglia e hanno nuovamente accusato il Tribunale dell’Aia di parzialità e di un trattamento ingiusto nei confronti dell’ex generale.
La questione assume però una dimensione particolare proprio per il rapporto tra Belgrado e Bruxelles. La Serbia è candidata all’ingresso nell’Unione europea dal 2012 e i negoziati di adesione sono aperti dal 2014. Il percorso procede da tempo con difficoltà, non soltanto per la mancata normalizzazione delle relazioni con il Kosovo, ma anche per i problemi relativi allo Stato di diritto, alla politica estera e alla progressiva convergenza con i valori e le posizioni dell’Unione.
La riconciliazione con il passato delle guerre jugoslave costituisce parte di questo processo. Per Bruxelles il riconoscimento dei crimini accertati dalla giustizia internazionale e il rifiuto della loro glorificazione non rappresentano soltanto una questione storica, ma riguardano direttamente i principi sui quali si fonda l’appartenenza all’Unione.
È su questo terreno che è intervenuto anche l’eurodeputato Sandro Gozi, secondo cui concedere a Mladić i massimi onori significa trasformare il revisionismo storico in politica ufficiale dello Stato e allontanare ulteriormente la Serbia dai valori europei. Il futuro europeo di Belgrado, ha sostenuto Gozi, non può essere costruito sulla riabilitazione delle pagine più oscure del passato, ma sulla verità, sulla giustizia e sul rispetto delle vittime.
La scelta di Belgrado trasforma così il funerale di Mladić in qualcosa che va ben oltre la commemorazione di un ex generale. A trent’anni dalla fine della guerra in Bosnia, il modo in cui la Serbia decide di confrontarsi con quella storia diventa ancora una volta una questione politica europea. E pone un interrogativo sempre più difficile da eludere: quanto può avvicinarsi all’Unione un Paese candidato che celebra con gli onori di Stato un uomo condannato definitivamente per genocidio?

