Lagarde: “Il modello di crescita europeo si sta erodendo, ma l’economia continua a crescere”

La presidente della BCE avverte che commercio globale, energia a basso costo e stabilità internazionale non sostengono più l’Europa come in passato. Ma rilancia: domanda interna, Mercato unico, ricerca e IA possono diventare i nuovi motori della crescita

La zona dell’euro sta attraversando le incertezze prodotte dalle guerre in Ucraina, Medio Oriente e Iran, con le conseguenti ricadute sui prezzi dell’energia, ma l’economia europea continua a crescere. Christine Lagarde invita a non confondere le difficoltà strutturali che l’Europa deve affrontare con un inevitabile declino. La presidente della Banca centrale europea traccia un quadro in chiaroscuro: il modello economico che ha sostenuto la crescita europea nel dopoguerra si sta erodendo e difficilmente tornerà nella forma conosciuta finora, ma l’Unione dispone ancora di risorse sufficienti per costruire un nuovo modello di crescita.

Intervenendo a Ginevra all’International Business Council del World Economic Forum, l’organismo consultivo che riunisce circa 120 tra i principali amministratori delegati globali, Lagarde parte dai tre pilastri sui quali si è fondata per decenni la prosperità europea: l’espansione del commercio internazionale, la forza del settore manifatturiero sostenuta anche dall’accesso a energia relativamente economica e un ordine internazionale stabile e basato sulle regole. Tutti e tre, avverte, si stanno indebolendo.

L’Europa è diventata una delle economie più aperte del mondo ed è stata tra le principali beneficiarie della globalizzazione, arrivando ad avere un grado di apertura commerciale circa doppio rispetto agli Stati Uniti. Oggi, però, “l’espansione del commercio non può più essere data per scontata”. Le restrizioni commerciali introdotte a livello globale hanno superato quota 2.500 nell’ultimo anno, mentre le tensioni geopolitiche stanno riportando al centro dell’attenzione le dipendenze critiche, i colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento e la sicurezza economica.

Anche il secondo pilastro si è indebolito. “L’energia a basso costo su cui l’industria europea faceva affidamento un tempo, compreso il gas russo, è venuta meno”, sottolinea Lagarde. Nel 2025 i prezzi dell’elettricità nell’UE per le industrie ad alta intensità energetica sono stati in media più del doppio rispetto a quelli statunitensi e circa il 50 per cento superiori a quelli cinesi.

A questo si aggiunge l’avanzata industriale di Pechino. La Cina, ricorda Lagarde, è salita progressivamente nella catena del valore e oggi compete direttamente con l’area dell’euro in quasi il 40 per cento dei settori nei quali quest’ultima dispone di un vantaggio comparato, contro circa il 25 per cento dei primi anni Duemila. Una pressione competitiva che rende ancora più evidente la necessità di rafforzare la capacità produttiva e innovativa europea.

Il terzo elemento in crisi è l’ordine internazionale basato sulle regole. Le tensioni geopolitiche aumentano l’attenzione verso le dipendenze strategiche e i rischi per la sicurezza, mentre l’Europa si trova di fronte a minacce crescenti ai propri confini. “Quando le dipendenze economiche possono essere usate come armi o quando la percezione della deterrenza si indebolisce, le preoccupazioni per la resilienza entrano direttamente nelle decisioni economiche”, osserva Lagarde. Le imprese investono meno quando ritengono il capitale meno sicuro, con conseguenze sulla produzione e sui consumi.

È per questo che, secondo la presidente della BCE, “il modello di crescita europeo del dopoguerra si sta erodendo ed è improbabile che ritorni alla forma che conoscevamo un tempo”. Questo, però, non significa che l’economia europea sia destinata al declino.

“L’anno scorso l’economia dell’area dell’euro è cresciuta dell’1,5 per cento, trainata interamente dalla domanda interna”, sottolinea Lagarde. E “nel 2026 ha continuato a crescere nonostante lo shock energetico”, con la domanda interna che ha contribuito positivamente alla crescita trimestre su trimestre dello 0,4 per cento nel secondo trimestre. Secondo la presidente della BCE, la domanda interna dovrebbe rimanere la principale fonte di crescita dell’area dell’euro anche nel resto dell’anno.

Il punto è quindi trasformare quella che finora è stata soprattutto capacità di resistenza in un nuovo motore strutturale. “Il compito ora è trasformare questa resilienza interna in una fonte di crescita più duratura nel lungo periodo”, sostiene Lagarde. Per riuscirci l’Europa deve sfruttare pienamente le dimensioni del proprio mercato interno.

L’Unione dispone infatti di “sostanziali punti di forza su cui costruire”. Innanzitutto un mercato integrato composto da 27 Stati membri e circa 450 milioni di consumatori, il più grande tra le economie avanzate. A questo si aggiunge la più ampia rete di accordi commerciali al mondo, che continua a espandersi nonostante la crescente frammentazione dell’economia globale.

Restano inoltre capacità produttive di livello mondiale, con una leadership globale in settori come la litografia e l’ottica di precisione, oltre a una forza lavoro altamente qualificata. L’Europa dispone anche di “una base di ricerca e conoscenza di livello mondiale”: l’UE rappresenta circa il 6 per cento della popolazione mondiale, ma ospita il 15 per cento dei ricercatori e produce quasi un quinto delle pubblicazioni scientifiche più citate a livello globale.

Sono condizioni che, secondo Lagarde, mettono l’Europa in una posizione favorevole per sfruttare le nuove tecnologie. I primi segnali arrivano dall’intelligenza artificiale. Le indagini disponibili indicano che le imprese dell’area dell’euro prevedono di destinare nel 2026 mediamente circa il 9 per cento dei propri investimenti complessivi all’IA.

La questione, quindi, non è tanto se le imprese europee vogliano investire nelle nuove tecnologie, quanto se l’Europa sia in grado di creare le condizioni perché questi investimenti possano diffondersi e raggiungere una scala sufficiente. Ed è qui che emergono due ostacoli particolarmente importanti: la frammentazione del Mercato unico e quella dei mercati dei capitali.

Le imprese europee continuano infatti a competere troppo spesso all’interno dei confini nazionali. Questo riduce la pressione competitiva, rallenta l’adozione delle nuove tecnologie e soprattutto impedisce alle aziende innovative di raggiungere rapidamente dimensioni continentali. Il problema emerge in maniera evidente nelle scale-up: il 12 per cento di quelle nate nell’UE si è trasferito fuori dall’Unione, in particolare negli Stati Uniti.

Alla frammentazione normativa si aggiunge quella finanziaria. “I mercati frammentati riducono i rendimenti derivanti dalla crescita su larga scala in Europa, mentre la frammentazione dei finanziamenti rende più difficile il finanziamento di tale crescita”, osserva Lagarde. Il risultato è un numero inferiore di imprese capaci di raggiungere dimensioni globali e una diffusione più lenta delle nuove tecnologie nell’economia.

L’Europa, sottolinea la presidente della BCE, ha cominciato ad affrontare entrambi i problemi: “con creatività sul Mercato unico e con urgenza sui mercati dei capitali”. Una delle iniziative è EU Inc., la proposta per creare una forma giuridica societaria opzionale valida in tutta l’Unione, che consentirebbe a un’impresa di costituirsi una sola volta e operare secondo un unico insieme di regole nei 27 Stati membri. L’obiettivo è permettere soprattutto alle imprese giovani e innovative di nascere fin dall’inizio su scala europea, invece di dover affrontare normative nazionali differenti ogni volta che cercano di espandersi in un altro Paese.

Ma per Lagarde “EU Inc. affronta solo una parte del problema”. Il compito più ampio resta eliminare le barriere che continuano a frammentare il Mercato unico e completare l’integrazione dei mercati dei capitali. Solo così le imprese potranno crescere su scala continentale, gli investimenti potranno essere finanziati più facilmente e le nuove tecnologie potranno diffondersi più rapidamente.

La trasformazione richiesta è quindi profonda: l’Europa non può più fare affidamento sul modello fondato sull’espansione continua dell’export, sull’energia a basso costo e sulla stabilità dell’ordine internazionale. Ma può fare della propria domanda interna, delle dimensioni del Mercato unico, della capacità industriale, della ricerca e dell’innovazione i pilastri di una nuova fase di sviluppo.

“Abbiamo già molti degli ingredienti necessari per una crescita più solida a lungo termine”, conclude Lagarde. Trasformare “la dimensione europea in una scala europea” permetterebbe alle imprese innovative di crescere nel mercato interno, accelererebbe la diffusione delle nuove tecnologie e aumenterebbe la produttività. La sfida, dunque, è trasformare la conoscenza e la resilienza di cui l’Europa già dispone in successo commerciale e fare della domanda interna un motore di crescita più duraturo.