L’Europa sta affrontando una stagione di incendi che segna un cambio di paradigma. Non si tratta più di emergenze nazionali isolate, ma di eventi che colpiscono contemporaneamente più Stati membri, mettono sotto pressione gli strumenti comuni di risposta e impongono una riflessione sulla capacità dell’Unione di affrontare crisi sempre più estreme. Francia e Spagna stanno vivendo alcuni degli incendi più gravi della loro storia recente, mentre anche altri Paesi europei registrano roghi attivi o condizioni di rischio elevato. È il quadro che sta spingendo istituzioni europee, governi e osservatori a chiedere un salto di qualità nelle politiche di prevenzione e gestione del rischio.
La gravità della situazione è testimoniata anche dall’eccezionalità dei fenomeni osservati. In Francia, durante il gigantesco incendio della Gironda, si è formato per la prima volta nel Paese un pirocumulonembo (pyrocumulonimbus), una gigantesca nube temporalesca generata direttamente dall’incendio. Il cosiddetto “temporale di fuoco” produce venti imprevedibili, fulmini che possono innescare nuovi focolai e rende estremamente difficile il lavoro delle squadre di soccorso. Un fenomeno finora osservato soprattutto in Australia e Nord America e comparso in Europa soltanto in rarissimi casi.
La prefetta della Gironda, Sophie Brocas, ha descritto quanto accaduto come «un fenomeno totalmente imprevedibile che combina sia il fuoco che la tempesta che esso genera, con i conseguenti focolai di nuovi incendi e il vento che alimenta le fiamme».
Il meteorologo dell’Osservatorio nazionale di Atene Theodore M. Giannaros ha sintetizzato il problema parlando di «un circolo vizioso»: una volta formatasi, la nube diventa infatti un sistema meteorologico autonomo che rende ancora più difficile prevedere l’evoluzione dell’incendio. Questi episodi rappresentano il simbolo di un’estate eccezionale per intensità e contemporaneità degli eventi estremi. L’incendio della Gironda ha già devastato oltre 42 mila ettari, costretto all’evacuazione circa 220 mila persone e minacciato direttamente l’area di Bordeaux. In Spagna la situazione resta altrettanto critica, con vasti incendi nell’area di Madrid e nella provincia di Ávila che hanno imposto l’evacuazione di circa 11.500 persone e portato il governo ad attivare il Meccanismo europeo di protezione civile.
La prima risposta è arrivata dalla Grecia, che ha inviato due Canadair CL-415, mentre il coordinamento europeo continua a mobilitare mezzi e personale provenienti da diversi Stati membri. Proprio questa simultaneità delle emergenze evidenzia il limite della risposta attuale.
In un editoriale pubblicato da Le Monde, il quotidiano francese sostiene che gli incendi che stanno devastando l’Europa occidentale rappresentano “l’ultima manifestazione drammatica del cambiamento climatico provocato dalle attività umane” e chiede esplicitamente “una indispensabile risposta nazionale ed europea”. Secondo il giornale francese, gli eventi climatici estremi che si susseguono con frequenza crescente «obbligano a un’accelerazione dell’adattamento delle politiche pubbliche», fondate sulla pianificazione ecologica e sull’anticipazione del rischio.
L’editoriale sottolinea inoltre come il problema non riguardi più soltanto la Francia: la mappa degli incendi attivi dimostra che la risposta deve ormai essere pensata a livello europeo.
Lo stesso Meccanismo europeo di protezione civile, creato nel 2001 e utilizzato da Francia e Spagna per richiedere rinforzi aerei, rischia infatti di arrivare rapidamente ai propri limiti qualora più Stati membri abbiano contemporaneamente bisogno degli stessi mezzi. È una preoccupazione condivisa anche dalla Commissione europea.La commissaria europea per la Gestione delle crisi, Hadja Lahbib, riconosce che il Meccanismo di protezione civile è oggi “sotto tensione”, pur continuando a funzionare. Per questo Bruxelles ritiene necessario rafforzarne progressivamente le capacità.
La Commissione dispone quest’anno di una flotta rescEU di transizione composta da 22 aerei e cinque elicotteri, mentre è già in corso la realizzazione di una flotta permanente di 12 velivoli e cinque elicotteri, i cui primi mezzi entreranno progressivamente in servizio dal 2027 fino al completamento previsto entro il 2030. Parallelamente è stato rafforzato anche il supporto tecnico, con 22 esperti dedicati e, per la prima volta, specialisti nell’analisi del comportamento degli incendi boschivi, una competenza ritenuta essenziale per prevedere l’evoluzione dei fronti di fuoco e utilizzare nel modo più efficiente possibile risorse inevitabilmente limitate.
Ma la Commissione insiste soprattutto su un punto: la risposta emergenziale, da sola, non basta. Una portavoce dell’esecutivo europeo osserva che «purtroppo questo è un problema che diventerà quasi annuale» e aggiunge che «il nostro obiettivo non è combattere più incendi, ma piuttosto adottare una politica globale che minimizzi il rischio e prevenga gli incendi fin dall’inizio».
Anche i funzionari del Centro europeo di coordinamento della risposta alle emergenze sottolineano che, di fronte a incendi con fiamme superiori ai quindici metri e velocità di propagazione di oltre quattro chilometri orari, esiste un limite fisico all’efficacia dello spegnimento: in certe condizioni l’unica priorità diventa proteggere la popolazione. È proprio da questa consapevolezza che nasce la nuova strategia europea sugli incendi boschivi adottata dalla Commissione il 25 marzo, fondata su un approccio integrato che comprende prevenzione, preparazione, risposta e ripresa.
Tra le misure previste figurano il rafforzamento degli interventi ecosistemici per rendere i paesaggi più resilienti, nuovi orientamenti per la valutazione del rischio, il potenziamento del sistema europeo di monitoraggio basato sui satelliti Copernicus, strumenti più avanzati di allerta precoce, modelli comuni di previsione del rischio e l’istituzione a Cipro di un polo europeo dedicato agli incendi boschivi, destinato sia alla risposta operativa sia alla formazione.
La prevenzione rappresenta ormai il filo conduttore dell’intera strategia europea.
In questo contesto anche il caso italiano offre alcuni elementi utili. Secondo un’inchiesta coordinata dall’European Data Journalism Network, nel 2025 oltre un incendio su tre registrato nell’Unione europea si è verificato in Italia. Pur trattandosi nella quasi totalità dei casi di roghi di dimensioni relativamente contenute, il dato conferma la centralità del Mediterraneo nella geografia del rischio e rafforza la necessità di investire non solo nello spegnimento ma anche nella gestione del territorio, nel presidio delle aree interne, nella manutenzione del patrimonio boschivo e nella prevenzione. La stessa Commissione richiama la necessità di integrare stabilmente la resilienza climatica nelle politiche europee, superando una logica esclusivamente emergenziale.
L’estate 2026 potrebbe rappresentare un punto di svolta per le politiche europee di protezione civile. Gli incendi che hanno colpito contemporaneamente più Stati membri hanno evidenziato i limiti di una risposta affidata esclusivamente alle capacità nazionali e rafforzato la necessità di investire nella prevenzione, nella pianificazione e nelle capacità comuni. È questa la direzione indicata dalla nuova strategia della Commissione europea, mentre anche il dibattito pubblico si concentra sempre più sull’esigenza di affrontare il rischio incendi con una prospettiva europea, come emerge anche dall’editoriale pubblicato da Le Monde.

