Il difficile equilibrio tra transizione verde e industria europea

Una lettura ragionata del dibattito europeo attraverso articoli, analisi e posizioni diverse, per capire come la crisi industriale riapra il confronto sul rapporto tra transizione verde, competitività e tutela del lavoro.

Nel 2021 il Green Deal europeo veniva presentato da molti osservatori non soltanto come un programma ambientale, ma come il possibile nucleo di un nuovo “patto sociale europeo”: una risposta insieme economica, industriale e politica alla crisi di legittimazione dell’Unione dopo la pandemia.

Oggi, a pochi anni di distanza, quel paradigma è sotto pressione crescente. La contestazione arriva da più direzioni: dalle destre europee, che accusano Bruxelles di imporre una transizione “elitaria” e anti-industriale; da parti del mondo produttivo, che denunciano costi energetici e regolatori ormai difficilmente sostenibili; ma anche da alcuni settori industriali che, al contrario, chiedono all’UE di rafforzare gli strumenti di protezione climatica e commerciale.

Electrolux come caso simbolico della crisi industriale europea

La crisi Electrolux si inserisce precisamente dentro questa frattura.
Un articolo pubblicato da Wired Italia ricostruisce il piano di ristrutturazione annunciato da Electrolux, con 1.700 esuberi in Italia, la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi e il ridimensionamento delle linee produttive.

Il pezzo collega la vicenda a problemi più ampi che interessano il settore europeo degli elettrodomestici:

  • il mercato europeo degli elettrodomestici è sceso da 90 a 83 milioni di pezzi;
  • quasi metà delle vendite riguarda ormai prodotti sotto i 400 euro;
  • i produttori asiatici hanno aumentato le proprie quote di mercato mentre quelli europei arretrano;
  • acciaio, energia e lavoro costano molto più in Europa che in Cina.

Secondo i dati riportati:

  • l’acciaio costa circa 540 euro a tonnellata in Cina contro 784 nell’UE;
  • il costo del lavoro è di circa 5 euro l’ora in Cina contro 37 in Europa;
  • l’energia costa circa 114 euro/MWh in Cina contro oltre 200 in Europa.

Wired introduce inoltre il nodo del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), il meccanismo europeo che applica un costo del carbonio alle importazioni ad alta intensità emissiva.

Il CBAM protegge o penalizza l’industria europea?

La discussione sul CBAM è ormai diventata uno dei grandi terreni di conflitto della politica industriale europea. Da una parte c’è chi sostiene che il meccanismo sia indispensabile per evitare il cosiddetto “carbon leakage”: la delocalizzazione della produzione verso paesi con standard ambientali più bassi. Dall’altra cresce il timore che, applicato in modo incompleto o asimmetrico, possa trasformarsi in un costo aggiuntivo per la stessa industria europea.

Su questo punto è particolarmente importante il documento della Commissione europea che propone l’estensione del CBAM anche ai prodotti “downstream”, inclusi macchinari ed elettrodomestici.

La Commissione riconosce apertamente il problema: i produttori europei rischiano di sostenere costi più elevati per acciaio e alluminio “decarbonizzati”, mentre prodotti finiti realizzati fuori dall’UE possono entrare nel mercato europeo senza oneri equivalenti.

Per questo Bruxelles propone:

– estensione del CBAM a circa 180 prodotti ad alta intensità di acciaio e alluminio;
– inclusione di elettrodomestici e lavatrici;
– nuove misure anti-elusione;
– un fondo temporaneo di decarbonizzazione per sostenere le imprese europee esposte alla concorrenza globale.

La logica sottostante tende a evitare che la transizione verde produca semplicemente una rilocalizzazione delle emissioni e della produzione fuori dall’Europa.
Un’analisi pubblicata da Altreconomia propone invece una lettura diversa della crisi Electrolux, concentrata soprattutto sulle logiche della finanziarizzazione e sulle distorsioni create dalla globalizzazione interna all’Unione europea.

Secondo l’autore dell’articolo, Alessandro Volpi (docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa) i 1.700 esuberi annunciati in Italia non sarebbero spiegabili soltanto con la crisi del settore o con la concorrenza asiatica, ma anche con un modello industriale fondato sulla compressione del costo del lavoro, sulla delocalizzazione verso l’Est Europa e sulla crescente centralità della finanza.

L’articolo ricorda la forte presenza di grandi fondi come BlackRock e Amf nella struttura proprietaria di Electrolux, il ruolo degli incentivi europei e nazionali nello spostamento delle produzioni verso la Polonia, l’utilizzo dei fondi di coesione europei per sostenere nuovi investimenti industriali nell’Europa orientale e infine il prestito da 200 milioni di euro concesso dalla BEI a Electrolux per attività “green”, finite in larga parte in Polonia.

In questa prospettiva, la crisi Electrolux viene interpretata come uno dei sintomi della progressiva deindustrializzazione italiana ed europea prodotta dalle stesse logiche neoliberali e finanziarie che hanno accompagnato l’allargamento e l’integrazione del mercato unico europeo.

Ma non tutta l’industria vuole indebolire il CBAM

Un articolo pubblicato da Politico Europe mostra però un quadro meno lineare di quanto spesso appaia nel dibattito politico.

Diversi settori industriali europei — fertilizzanti, acciaio, cemento, idrogeno — stanno infatti facendo pressione non contro il CBAM, ma contro il tentativo della Commissione di introdurre clausole di sospensione ed esenzione troppo ampie.

Secondo queste associazioni industriali, 1) senza protezione carbonica stabile non esiste convenienza economica per investire nella transizione; 2) l’incertezza normativa blocca gli investimenti; 3) il rischio è rallentare la stessa decarbonizzazione europea.
In altre parole: una parte importante dell’industria europea considera il CBAM non un problema, ma una condizione necessaria per sopravvivere alla competizione globale.

La lettura politica italiana: “l’Europa tassa se stessa”

Sul piano politico italiano, esponenti di Fratelli d’Italia-ECR leggono invece la crisi Electrolux soprattutto come il risultato di una politica europea che penalizza la produzione industriale interna.

Elena Donazzan, vicepresidente della Commissione Industria del Parlamento europeo, ha presentato un’interrogazione alla Commissione sostenendo che la crisi Electrolux rappresenti il simbolo di una progressiva “desertificazione industriale” europea.

 Sulla stessa linea l’europarlamentare Alessandro Ciriani, ex sindaco di Pordenone:

Il punto politico, in sintesi, è questo: l’Europa impone costi ambientali elevati alle proprie imprese, ma non protegge adeguatamente il mercato interno; il risultato è una penalizzazione del “Made in Europe” a vantaggio delle produzioni asiatiche.

Da qui la richiesta di: a) rafforzare le misure anti-elusione; b) difendere filiere considerate strategiche, come quella del “freddo”;

Un dibattito che va oltre il caso Electrolux

La vicenda Electrolux viene così letta da molte delle fonti citate come il sintomo di una tensione sempre più evidente dentro il progetto europeo: quella tra transizione ecologica, competitività industriale, tutela del lavoro, apertura commerciale e autonomia strategica.

La domanda di fondo, ormai, sembra essere un’altra: l’Europa può restare contemporaneamente una potenza climatica, un’economia aperta, uno spazio manifatturiero avanzato e un sistema sociale ad alta protezione? Oppure la transizione ecologica rischia di accelerare proprio quella deindustrializzazione che il Green Deal avrebbe dovuto evitare?