Sanzioni USA contro la Corte Penale Internazionale, Spagna e Slovenia chiedono all’UE di reagire

Le sanzioni statunitensi contro membri della Corte penale internazionale e funzionari ONU riaprono il confronto sul ruolo dell’UE nella difesa del diritto internazionale e sull’uso dello “Statuto di blocco” contro i provvedimenti extraterritoriali di Washington

Dopo aver chiesto senza successo la sospensione dell’accordo di associazione tra Unione europea e Israele, Spagna e Slovenia tornano a sollecitare una presa di posizione più netta da parte di Bruxelles sul conflitto di Gaza e sulla tutela delle istituzioni internazionali. Questa volta il terreno dello scontro riguarda le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro membri della Corte penale internazionale (CPI) e delle Nazioni Unite, accusati dall’amministrazione Trump di aver sostenuto iniziative giudiziarie contro Israele.

I governi di Pedro Sánchez e Robert Golob hanno chiesto alla Commissione europea di attivare il cosiddetto “Statuto di blocco”, il regolamento europeo nato negli anni Novanta per proteggere cittadini, imprese ed entità europee dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni adottate da Paesi terzi. Secondo Madrid e Lubiana, il meccanismo dovrebbe oggi essere esteso anche alla tutela della CPI e di funzionari ONU colpiti dalle misure statunitensi.

La vicenda ha origine nel febbraio 2025, quando il presidente statunitense Donald Trump firmò un ordine esecutivo contro la Corte penale internazionale dopo l’emissione di mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di altri esponenti israeliani nell’ambito delle indagini sui fatti di Gaza. Le sanzioni statunitensi hanno previsto il congelamento di beni negli Stati Uniti, restrizioni bancarie, divieti di ingresso nel Paese e limitazioni nei confronti di soggetti accusati di collaborare con la Corte.

Successivamente misure analoghe sono state adottate anche contro la Relatrice speciale ONU per i Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, e contro esponenti di organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti dei palestinesi.

“In gioco il diritto internazionale”

Secondo Sánchez, le sanzioni rappresentano una minaccia non soltanto per i singoli funzionari colpiti, ma per l’intero sistema del diritto internazionale. “Sanzionare chi difende la giustizia internazionale significa mettere a rischio l’intero sistema dei diritti umani”, ha scritto il premier spagnolo sui social, sostenendo che “l’UE non può restare a guardare di fronte a questa persecuzione”.

Sulla stessa linea anche il primo ministro sloveno Robert Golob, che ha parlato di una risposta europea “non all’altezza della gravità della situazione”, ribadendo che “l’indipendenza dei tribunali internazionali non è negoziabile”.

La richiesta avanzata dai due governi è quella di utilizzare il Regolamento UE 2271/96, noto come “Blocking Statute”, nato originariamente per contrastare gli effetti delle sanzioni extraterritoriali statunitensi contro Cuba, Iran e Libia. L’obiettivo, in questo caso, sarebbe impedire che le misure americane possano produrre effetti nei confronti di soggetti operanti nello spazio giuridico europeo o compromettere il funzionamento di organismi internazionali con sede nell’Unione, come la CPI all’Aia.

Secondo i sostenitori della proposta, la questione supera la dimensione commerciale per investire direttamente la tutela dell’ordine giuridico internazionale e dell’autonomia delle istituzioni multilaterali.

Bruxelles non si espone

La Commissione europea, tuttavia, ha mantenuto una posizione prudente. Durante il briefing quotidiano con la stampa, la portavoce dell’esecutivo europeo Siobhan McGarry ha ribadito che Bruxelles considera “molto importante” il lavoro della Corte penale internazionale e che la Commissione continua a fornire sostegno “finanziario e diplomatico”. Ha inoltre affermato che sono in corso valutazioni con gli Stati membri su possibili “soluzioni concrete e praticabili” per sostenere il lavoro della Corte, senza però esprimersi sull’eventuale attivazione dello Statuto di blocco.

Proprio questa cautela viene contestata dai promotori dell’iniziativa e da parte della società civile europea. Diversi osservatori ritengono che la risposta dell’UE sia stata sinora troppo debole sia rispetto alle sanzioni contro la CPI sia, più in generale, rispetto alla guerra a Gaza e alle accuse rivolte a Israele davanti agli organismi internazionali.

Bruxelles continua però a muoversi con estrema cautela su un terreno che intreccia il rapporto transatlantico, il sostegno politico a Israele e il ruolo delle istituzioni internazionali. Anche per questo motivo appare al momento difficile prevedere se la Commissione sceglierà davvero di attivare uno strumento che potrebbe aprire un nuovo fronte di tensione con Washington.