Romania, cade il governo dell’europeista Bolojan

I socialdemocratici hanno lasciato la coalizione di governo per allearsi con il partito di estrema destra Alleanza per l’unità dei rumeni, facendo approvare con 281 voti la sfiducia al premier europeista Bolojan. Una crisi che preoccupa Bruxelles per la crescente convergenza tra partiti tradizionali e forze anti-europee in uno dei Paesi chiave del fronte orientale dell’UE.

Dopo l’annullamento delle elezioni presidenziali del dicembre 2024, la Romania precipita in una nuova crisi politica che rischia di avere ripercussioni ben oltre Bucarest, investendo anche Bruxelles e gli equilibri europei. Il Parlamento ha infatti votato la sfiducia al primo ministro liberale ed europeista Ilie Bolojan, facendo cadere il governo con 281 voti favorevoli su 464. A determinare il crollo dell’esecutivo è stata una convergenza politica destinata a far discutere: i socialdemocratici del Psd, usciti dalla coalizione di governo il mese scorso, hanno scelto di sostenere la mozione insieme all’Aur, il principale partito dell’estrema destra rumena.

La caduta di Bolojan arriva dopo appena dieci mesi di governo e segna un nuovo passaggio critico per uno dei Paesi strategicamente più importanti dell’Europa orientale: sesto Stato più popoloso dell’Unione europea, membro chiave della NATO e confinante con l’Ucraina. Il premier del Partito nazionale liberale aveva costruito la propria agenda politica attorno a un duro programma di austerità volto a ridurre il deficit pubblico, oggi il più alto dell’Unione europea, attestato al 7,9 per cento nell’ultimo trimestre del 2025. Misure drastiche e profondamente impopolari, che hanno però provocato crescenti tensioni con il Psd, soprattutto per i tagli alla spesa e le ricadute sociali nelle aree del Paese controllate dai socialdemocratici.

La rottura definitiva si è consumata quando il Psd ha deciso di lasciare la coalizione di governo e, successivamente, di unire i propri voti a quelli dell’Aur per far cadere l’esecutivo. Una scelta che ha suscitato forti polemiche sia in Romania sia nelle istituzioni europee, dove molti osservatori leggono nell’episodio un precedente pericoloso: un partito tradizionale del centrosinistra che coopera apertamente con una forza nazionalista radicale e anti-europea per abbattere un governo filo-UE.

Il leader dell’Aur, George Simion, ha celebrato il voto parlando su X di una “voce del popolo finalmente ascoltata” e invocando una “riconciliazione nazionale”. Simion ha inoltre accusato i cosiddetti “pro-europei” di avere prodotto soltanto “tasse, guerra e povertà” durante i dieci mesi di governo Bolojan. L’Aur, che sostiene posizioni vicine al trumpismo statunitense e critica apertamente l’Unione europea, si oppone agli aiuti militari all’Ucraina e alle politiche migratorie europee. Proprio per questo, l’alleanza tattica con il Psd ha provocato allarme nei vertici europei.

La presidente del gruppo liberale Renew al Parlamento europeo, Valérie Hayer, ha definito il voto “un atto irresponsabile in un momento critico”, mentre il co-presidente del Partito verde europeo, Ciarán Cuffe, ha parlato di un “campanello d’allarme europeo”. Secondo molti esponenti del fronte europeista, ogni collaborazione tra partiti moderati e forze estremiste rischia di normalizzare soggetti politici che contestano apertamente i valori fondamentali dell’Unione.

Durissima anche la reazione di Siegfried Mureșan, eurodeputato rumeno del Partito popolare europeo, famiglia politica cui appartiene il partito di Bolojan. Mureșan ha accusato i socialdemocratici di avere contribuito a costruire una maggioranza parlamentare insieme a forze “costantemente ostili all’Unione europea”, chiedendo inoltre al Partito dei Socialisti Europei di spiegare perché “si stia apertamente allineando con una delle forze più radicalmente anti-europee ed estremiste dell’Ue”.

Dal canto suo, il presidente filo-europeo Nicușor Dan ha cercato di rassicurare i partner occidentali e i mercati, escludendo la possibilità di un governo dominato dall’estrema destra. “Le discussioni politiche saranno difficili, ma è mia responsabilità come presidente — e quella dei partiti politici — guidare la Romania nella giusta direzione”, ha dichiarato. Prima del voto parlamentare, Dan aveva assicurato che “qualunque cosa accada, la Romania continuerà a seguire il suo percorso occidentale”.

Ora il capo dello Stato dovrà avviare consultazioni con i partiti per cercare di formare una nuova maggioranza. Il compito appare però estremamente complesso. Secondo il politologo Cristian Pîrvulescu, dell’Università nazionale di studi politici e amministrazione pubblica di Bucarest, Dan si trova oggi a dirigere “un’orchestra disfunzionale nel peggior momento possibile”. La crisi politica, ha osservato, rischia infatti di trasformarsi rapidamente in una crisi costituzionale se il sistema dei partiti non riuscirà a trovare un nuovo equilibrio.

Il collasso del governo si inserisce inoltre in un contesto già altamente instabile. La Romania è reduce dall’annullamento delle elezioni presidenziali del 2024, travolte da sospetti di interferenze straniere su larga scala. Il candidato allora favorito è oggi sotto processo con accuse legate a un presunto tentativo di colpo di Stato. Parallelamente, il Paese continua a soffrire un’inflazione elevata e una situazione finanziaria estremamente fragile. Bruxelles attende da Bucarest una serie di riforme economiche entro agosto: in caso contrario, la Romania rischia di perdere circa 11 miliardi di euro di fondi europei. Gli analisti temono inoltre che l’assenza di una rapida correzione dei conti pubblici possa condurre a un declassamento del rating sovrano.

Durante il suo breve mandato, Bolojan aveva tentato di affrontare questi problemi imponendo una linea di rigore molto dura. Prima del voto di sfiducia, il premier ha difeso la propria agenda definendo la mozione “ingannevole, cinica e pretestuosa”. “Ho scelto di fare ciò che era urgente e necessario per il nostro Paese”, ha dichiarato in Parlamento.

Nei prossimi giorni si aprirà quindi una fase di negoziati convulsi. Una delle ipotesi inizialmente considerate prevedeva la formazione di una nuova coalizione tra il Psd e i liberali del Pnl sotto la guida di un altro primo ministro. Il leader socialdemocratico Sorin Grindeanu ha dichiarato che “tutte le opzioni restano aperte” e che occorre trovare rapidamente una soluzione. Tuttavia, parte della leadership liberale ha già respinto l’idea di tornare al governo insieme ai socialdemocratici dopo quanto accaduto.

Se lo stallo dovesse prolungarsi, Nicușor Dan potrebbe essere costretto a nominare un premier tecnico, non direttamente legato ai principali partiti politici, nel tentativo di rassicurare gli investitori internazionali e mantenere il Paese su una linea filo-occidentale. Sullo sfondo resta però la crescita dell’Aur e di George Simion, oggi in netto vantaggio nei sondaggi e sempre più capace di intercettare il malcontento sociale alimentato dalla crisi economica, dall’austerità e dalla sfiducia verso i partiti tradizionali.