Dopo anni in cui il tema era diventato impraticabile, l’idea di una Costituzione europea torna nel dibattito. A rimetterla sul tavolo sono Manfred Weber, presidente del Partito Popolare Europeo, e Letizia Moratti, eurodeputata e presidente della Consulta nazionale di Forza Italia, che dalle pagine de La Stampa parlano senza giri di parole di una “nuova fase costituente verso la creazione di una Costituzione europea”. È una scelta politica precisa: riportare al centro una questione che per due decenni era stata evitata per timore di una reazione negativa degli elettori, dopo il fallimento del referendum francese del 2005.
Il loro intervento parte da una cornice simbolica. “Celebrare il cinquantesimo anniversario del Partito Popolare Europeo […] non è un esercizio retorico, ma un atto politico: tornare alle nostre radici per capire chi siamo e dove vogliamo andare”. Il richiamo alle radici non è ornamentale. Gli autori insistono sulla “Resistenza bianca”, quella “dei cristiano-democratici e dei liberali che si opposero al nazismo e al fascismo”, come fondamento di una tradizione politica che rivendica un ruolo nella costruzione dell’Europa.
In questa lettura, anche il 25 aprile assume un significato preciso: “non appartiene a una sola parte politica”, ma rappresenta “il momento fondativo della democrazia italiana”. Il messaggio è duplice. Da un lato, sottrarre la memoria della Liberazione a una lettura di parte; dall’altro, legare direttamente le radici dell’Unione europea alla lotta contro i totalitarismi.
Il passaggio centrale del testo è però un altro. Il Ppe si definisce per ciò che rappresenta: “Libertà, dignità umana, solidarietà, Stato di diritto, Europa: questo è ciò che distingue il Ppe dagli estremismi”. In un contesto segnato dalla crescita dei movimenti sovranisti, Weber e Moratti rivendicano una linea politica che non si fonda sull’esclusione ma sui valori. “I voti si contano, ma i valori si scelgono”, scrivono, chiarendo che eventuali convergenze parlamentari non equivalgono a un’alleanza politica.
“Il Ppe chiede una nuova fase costituente verso la realizzazione di una Costituzione europea”
Allo stesso tempo, il testo non ignora il malessere che attraversa le società europee. “Se molti cittadini si allontanano dalla politica tradizionale […] dobbiamo riflettere sulle cause: la paura del declino economico, le migrazioni, l’insicurezza, una società sempre più frammentata”. È un passaggio che sposta il discorso dal piano identitario a quello sociale e politico, riconoscendo che la crisi di consenso delle istituzioni non può essere aggirata.
Da qui nasce la critica più netta: “Per troppo tempo la politica ha sostituito le idee con i numeri, e la politica stessa con la tecnocrazia. Ma le democrazie vivono di visione”. È su questa base che si innesta la proposta costituente. Non come esercizio giuridico, ma come risposta alla difficoltà dell’Unione di affrontare sfide che travalicano il livello nazionale.
“Oggi ciò significa rafforzare la dimensione europea della democrazia e dei nostri valori. Le grandi sfide — sicurezza, crescita, innovazione, welfare, migrazione — non possono essere affrontate solo a livello nazionale”. La conclusione è esplicita: “L’Europa è lo spazio concreto della democrazia contemporanea”, e per questo serve una nuova fase costituente.
Il testo, volutamente, non entra nei dettagli. Non definisce quale architettura istituzionale dovrebbe emergere né quali passaggi politici siano necessari per arrivarci. È più una presa di posizione che un progetto. Ma proprio questo lo rende significativo: rompe una cautela consolidata e riporta nel dibattito una parola – Costituzione – che era stata rimossa.
Resta da capire se questa riapertura avrà seguito. Negli ultimi anni, il rafforzamento dell’Unione è passato attraverso formule più prudenti: “autonomia strategica”, “federalismo pragmatico”, cooperazioni rafforzate. Tutte espressioni che evitano il linguaggio costituente pur indicando la necessità di maggiore integrazione.
Weber e Moratti scelgono una strada diversa. Non aggirano il nodo, lo nominano. E nel farlo pongono una questione che va oltre il Ppe: se esista oggi, in Europa, una volontà politica sufficiente per sostenere un salto istituzionale. Senza quella, qualsiasi progetto rischia di restare sulla carta. Ma senza porre la questione, è difficile anche solo iniziare a discuterne.

