Politologo e studioso delle trasformazioni della governance europea, Jan Zielonka è noto soprattutto per aver proposto una lettura dell’Unione europea come “impero neo-medievale” — un sistema fondato non su un centro sovrano unico, ma su poteri dispersi, sovranità condivisa e confini mobili, come argomentato in uno dei suoi lavori più importanti, Europe as Empire: The Nature of the Enlarged European Union, pubblicato nel 2006.
A distanza di vent’anni, mentre l’Unione appare meno espansiva e più attraversata da tensioni interne, quella chiave interpretativa viene qui ripresa e messa alla prova alla luce degli sviluppi più recenti: dall’emergere dei sovranismi alle dinamiche di “disintegrazione” che, senza implicare un crollo, indicano uno svuotamento progressivo dei meccanismi decisionali comunitari.
Su questo sfondo si innesta anche un elemento che oggi risulta difficile ignorare: la rivoluzione digitale. Internet e l’intelligenza artificiale hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra politica, tempo e spazio, rafforzando le logiche di dispersione del potere e di pluralizzazione degli attori che sono al centro della riflessione di Zielonka — un tema sviluppato esplicitamente nel suo ultimo libro Democrazia miope. Il tempo, lo spazio e la crisi della politica. Ne abbiamo discusso con l’autore.
Il suo libro sull’Unione europea come impero compie vent’anni esatti
Diciamo la verità: l’enfasi sul concetto di impero fu soprattutto una trovata dell’editore. Se il riferimento fosse stato solamente al Medioevo, era la sua tesi, il libro si sarebbe confuso nel mare magnum dei libri di storia. Aveva ragione lui.
Ma il paradigma neo-medievale che lei delinea nel libro fa comunque riferimento a una realtà storica in cui lo stato nazionale era al di là da venire.
Questo senz’altro. L’assetto politico dell’Europa medievale che io utilizzo come riferimento è certamente inquadrato in un contesto imperiale. Il libro nacque per raccontare il processo di allargamento dell’Unione europea, in particolare l’espansione a est dei primi anni Duemila. Nell’analizzare tale processo, mi resi conto che non c’erano paradigmi storico-politici adeguati a descrivere la speciale natura dell’Unione europea e della sua espansione, se non quello degli imperi europei medievali. Potere disperso; sovranità condivisa; frontiere mobili; pluralità di livelli politici: ce n’era abbastanza per trattare l’Unione europea come una sorta di impero neo-medievale che si espande con una logica non di dominio ma di integrazione, policentrica e multilivello.
A distanza di vent’anni, quel modello interpretativo regge ancora? L’Unione europea di oggi sembra molto meno “espansiva” e molto più ripiegata su sé stessa.
È vero, il contesto è profondamente cambiato. Quando scrivevo quel libro, l’Unione era nel pieno del suo slancio: l’allargamento veniva percepito come un successo storico e come uno strumento di stabilizzazione del continente. Oggi vediamo un’Europa più incerta, più divisa, meno capace di proiettare influenza all’esterno. Tuttavia, gli elementi strutturali che descrivevo allora non sono scomparsi. L’Unione continua a essere un sistema con confini porosi, livelli differenziati di integrazione e una pluralità di centri decisionali. Se vogliamo, il carattere “imperiale” nel senso strutturale è rimasto, mentre è venuta meno la fiducia nella sua capacità di produrre risultati.
Oggi i sovranismi sfidano apertamente il progetto comunitario.
I sovranismi sono pericolosi in quanto portatori di una cultura politica illiberale e di un populismo autoritario che alimenta cinicamente le paure e le insicurezze dei cittadini. Ma ciò non significa che di queste insicurezze non siano in parte responsabilità delle classi dirigenti che nei decenni scorsi hanno tollerato se non favorito l’ampliarsi delle disuguaglianze economiche, le speculazioni di una finanza predatoria, lo smantellamento del welfare. In questo senso i nuovi nazionalismi rappresentano un sintomo prima ancora che una causa della crisi del progetto comunitario. Detto questo, visti dalla prospettiva dell’Unione europea è indubbio che gli attuali sovranismi agiscano come un fattore dis-integrante.
“Disintegrazione” è un suo libro di una dozzina di anni fa. Vale ancora quel titolo?
Direi che gli sviluppi degli ultimi anni hanno reso quella diagnosi meno controversa di quanto fosse quando fu pubblicato. Ma è importante chiarire: non ho mai sostenuto che l’Unione fosse destinata a collassare. Ho sostenuto che poteva disintegrarsi senza scomparire. Se guardiamo a ciò che è accaduto — Brexit, gestione delle crisi economiche, pandemia, guerra in Ucraina — vediamo un pattern ricorrente: le istituzioni europee restano, ma le decisioni cruciali vengono sempre più prese altrove, o in forme che aggirano il metodo comunitario.
In effetti sembra che i sovranismi abbiano appreso la lezione della Brexit e che puntino, più che ad un’uscita dall’UE, a svuotarla dall’interno.
Non c’è dubbio che sia così. Ma a questo svuotamento hanno contribuito un po’ tutti, a dire il vero: non c’è un solo governo nazionale veramente disposto a cedere anche un solo grammo di potere. E questo è il motivo per cui qualsiasi ipotesi di rilancio di un progetto federalista appare francamente del tutto irrealistico. Si parla di Europa a due velocità e di ritorno al nucleo duro dei fondatori: ma proviamo a fare un esperimento e a proporre a francesi e tedeschi di dare il buon esempio e di unirsi in una federazione. Quale pensiamo possa essere la risposta? È una provocazione, certo, ma dà la misura di cosa sia realmente fattibile e cosa no. Inoltre, bisogna essere onesti e osservare che, proprio da un punto di vista “filo europeista”, il progetto comunitario non può essere considerato questo gran successo se il risultato è quello odierno: non solo quello dei nazionalismi sovranisti, ma più in generale degli egoismi nazionali, da cui nessuno è immune.
Quindi alla fine la vince lo Stato-nazione…
No. In realtà penso l’esatto contrario. L’indebolimento della Ue, a mio modo di vedere, non significa il ritorno dello Stato nazionale, anzi. L’integrazione è un dato di fatto e l’Unione europea non è l’unica istituzione che la può garantire, anzi forse oggi è qualcosa che la ostacola. Da questo punto di vista sono probabilmente meno pessimista di altri rispetto all’ipotesi di un tramonto dell’Unione. Si creeranno forme alternative di cooperazione, reti di regioni e di città, sovrapposizioni di competenze, emergeranno attori nuovi dalla società civile, insomma il paradigma neo-medievale non muore con l’Unione europea, al contrario si consolida.
Ammesso che si possa essere così ottimisti, questa Europa “polifonica”, fatta di reti flessibili tra attori diversi, non rischia di accentuare il deficit democratico e rendere ancora più opaca la responsabilità politica?
È un rischio reale, ma bisogna partire da un dato di fatto: la trasparenza e la responsabilità politica sono già oggi limitate, anche nei sistemi che definiamo “statali”. Molte decisioni vengono prese in contesti che sfuggono al controllo democratico tradizionale, e questo non dipende dalle reti, ma dalla trasformazione stessa del potere. Il punto non è scegliere tra un sistema perfettamente trasparente e uno opaco — il primo, semplicemente, non esiste più. Il punto è capire dove la partecipazione democratica può essere più efficace. In molti casi, essa è più concreta a livello locale o in contesti funzionali, dove i cittadini e gli attori sociali possono incidere direttamente sulle politiche.
Mi par di capire che lei non riponga molta fiducia nella capacità degli Stati di proteggere i più deboli.
Gli stessi governi nazionali ne sono consapevoli, e la reazione populistica e autoritaria altro non è che il sintomo di un’impotenza rispetto a dinamiche che intaccano di fatto la capacità statale di adottare politiche efficaci. I sovranismi se la prendono con l’Unione europea, ma la sovranità statale è già erosa dalla globalizzazione finanziaria, dalla potenza senza confini (in senso metaforico e letterale) delle nuove tecnologie, di Internet e dell’intelligenza artificiale. Se connotiamo territorialmente la democrazia, immaginando che possa essere garantita e protetta dentro i confini dello Stato, siamo molto fuori strada. La difesa delle fasce sociali più deboli resta un tema fondamentale, ma tendo a credere che debba passare attraverso reti di attori diversi da quello statale.
Per esempio?
Non ho ricette, e in fondo non è nemmeno compito mio darne. Posso però immaginare che possa succedere qualcosa di simile a quello che è successo con i diritti delle donne. Le conquiste del femminismo rappresentano un cambiamento epocale: ci si è arrivati attraverso lotte che certamente negli anni cercato di incidere sulle legislazioni nazionali, ma non si sono esaurite lì. Grazie a un movimento culturale e politico multiforme, non gerarchico, non connotato nazionalmente, hanno trasformato norme sociali, pratiche quotidiane e relazioni di potere ben oltre i confini degli Stati.
L’Europa di oggi parla di riarmo. Dobbiamo paradossalmente essere grati a Putin per aver costretto noi europei a rimettere in agenda l’idea di un esercito comune?
Non c’è in vista nessun esercito comune, siamo seri. E con tutto il male che posso pensare di Putin, fatico a immaginare che la cura contro il sotterraneo processo di disintegrazione dell’Unione europea sia investire in armamenti. Senza considerare la possibilità che questa immane spesa non faccia altro che consolidare la dipendenza tecnologica e militare dagli Stati Uniti, con il Pentagono in grado di disattivare le armi o gli aerei da remoto.

